—Ma sei matto? Quelli non son luoghi per te. Mi fisseresti un assegno che mi consentirebbe di tener carrozza?… Me n'importa molto!… Per me tanto è lo stesso…. Mi lagno forse?

Roberto non si curò di rilevare questa strana domanda, e la signora Federica proseguì:—È nel tuo interesse che parlo…. Ma credi tu che lo startene lontano giovi al tuo amore per Lucilla?…

—Se Lucilla è tanto frivola da non sapermi conservare il suo affetto—replicò Roberto con amarezza—ebbene, sarà un gran dolore, ma io rinunzierò a lei.

—No, no, povero grullo, c'è la tua mamma che vigila per te, la tua mamma che tu stimi poco, oh lo so, ma che non ha perduto il suo tempo durante la tua assenza…. E la tua mamma ti dice che quella Lucilla, a cui vorresti rinunziare, non hai forse da far che un passo per averla….

—Oh, sempre castelli in aria.

—Non sono castelli in aria…. È una realtà bell'e buona.

—In nome di Dio, spiegati. Dimmela questa tua famosissima idea.

—Sappi dunque che tra la Giulia Dal Bono e io siamo quasi riuscite a persuadere il signor Benedetto che il miglior modo in cui egli possa sposar Lucilla è quello di cercarsi un genero che venga a stargli in casa, che assuma l'amministrazione de' suoi beni e che, invece di costringerlo a tirar fuori dal suo scrigno la dote, si contenti di riscuoterne ogni anno l'interesse, più un congruo stipendio….

—E questo genero di buona pasta dovrei esser io?—chiese Roberto, non lasciando nemmeno che sua madre terminasse il discorso.—Io dovrei essere a un tempo lo sposo di Lucilla, e l'amministratore, il commesso, l'ospite del signor Benedetto?

—Che c'è! Mi pare che sarà una posizione più decorosa che quella di starsene tra i fornelli di zolfo.