—E Lucilla acconsentirebbe?
—Naturalmente. Poichè ti ama.
—Ah poichè mi ama vorrebbe che io…. Non discorriamone più per questa sera, non ho la calma necessaria…. Non turbiamo con una disputa i primi momenti in cui ci rivediamo dopo tredici mesi…. Lascia piuttosto ch'io confidi nell'esito d'un colloquio a quattr'occhi con Lucilla, lascia ch'io m'illuda nella speranza di farle preferire il mio piano a quello che avete combinato fra voi altre.
—Roberto, Roberto—esclamò la signora Federica—tronchiamo pure il discorso, dacchè ti piace così; ma permettimi di dirti che tu sarai certo un buono e valente giovine, ma che hai un carattere molto bisbetico e irragionevole.
Pronunziate queste parole, la signora Federica, convinta più che mai della sua grandezza morale e intellettuale, si chiuse in un maestoso silenzio.
XVI.
Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro. Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera. Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi. Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa? il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e ai poveri…. perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano. Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi mai con persone milionarie…. Già Mariano, malgrado dei suoi meriti, certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero, lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito per le strade!… Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè, che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo!
Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire fra sè.—Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo matrimonio non ne faremo nulla.
Non era che il signorino fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale, non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera.
—Vostro figlio—disse il signor Dal Bono alla signora Federica—è sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da Valduria quanta ne ho io d'andarci.