—Devono esserci…. I capitalisti si son tutti arricchiti coi dividendi. Vuol dir che i dividendi ci sono.

Cipriano s'impensieriva di questo crescendo di bestialità, e prevedeva quanto gli sarebbe stato difficile di dominar l'incendio ch'egli voleva far divampare. Egli cercava nondimeno di calmare gli spiriti. Non era possibile, ripeteva, di ottener tutto in una volta. A mettersi in lotta aperta con la Direzione, si rischiava di tornarsene indietro malconci. Bisognava proceder con cautela e veder intanto di ottenere un aumento nella misura dei compensi. Quanto meglio l'operajo è pagato, tanto meno esso è alla mercede de' suoi padroni, tanto più è in grado di far economie e di dettar legge in avvenire.

Questo suggerimento pareva più pratico degli altri e raccoglieva perciò i maggiori suffragi. Cipriano diceva che a lui non ispettava alcuna iniziativa verso l'ingegnere, che la sua interposizione poteva anzi compromettere il buon successo; che a ogni modo, se fosse stato chiamato a dir la sua opinione, avrebbe appoggiato senza dubbio i suoi compagni. Ove poi non si riuscisse a nulla, egli discuterebbe volentieri con loro i provvedimenti da prendersi.

—Ci lascia in ballo—borbottavano alcuni.

—Vuol stare al coperto.

—Non bisogna fidarsene.

Però il seme gettato fruttava, e l'idea di domandare un aumento di paghe si faceva strada non solo tra gli operai riottosi, ma anche tra i buoni. A loro pure sembrava che la venuta dell'ispettore della Direzione non avrebbe dovuto esser utile soltanto ai capi. Non pensavano che pochi mesi addietro s'era discorso sul serio di sospendere o almeno di ridur considerevolmente i lavori, e quindi il numero delle braccia occupate nella miniera; pensavano soltanto alla disillusione presente. È proprio del cuore umano il dimenticare i mali evitati per ricordarsi soltanto dei beni che non si sono potuti conseguire. I migliori avrebbero voluto attendere il ritorno dell'ingegnere Arconti, ch'era un uomo equo e avrebbe sostenuto validamente la loro causa. Ma le impazienze dei pochi soverchiavano la calma dei molti; anche in questa occasione, come in tante altre, i meno tiravano i più.

Cipriano aveva tutto l'interesse a far sì che la cosa venisse a maturità prima dell'arrivo dell'Arconti, di cui egli sapeva l'influenza sull'animo degli operai. Perciò tenendosi apparentemente in disparte, faceva del suo meglio per organizzare al più presto un movimento ch'egli sperava dovesse rispondere alle sue mire, quale pure ne fosse il risultato. Poichè, o si faceva ragione ai reclami dei minatori, e il suo potere sopra di essi ne sarebbe cresciuto; o le loro domande erano respinte, ed egli avrebbe tratto partito dal malcontento inevitabile che ne sarebbe stato l'effetto.

XXII.

Quella naturale indolenza di spirito che, come sappiamo, faceva riscontro in Odoardo Selmi alla vigoria delle membra e al coraggio nei momenti del pericolo, gl'impedì di sorprendere le machinazioni dei minatori. Non gli sfuggì forse la premura che alcuni d'essi mettevano ad evitarlo, nè gli passarono inosservati i capannelli che si scioglievano al suo avvicinarsi; pure non vi diede importanza. Solo un giorno chiese ridendo ad uno dei lavoranti, che aveva visto più accalorato in un crocchio, se c'era in aria una congiura; ma l'altro ebbe pronta una spiegazione qualunque, e Odoardo non approfondì le sue indagini. Continuava la solita vita; in miniera quel tanto che occorreva, poi a casa davanti al suo fiasco di vino e con la sua pipa in bocca, oppure nella valle dietro a qualche amorazzo.