Mentre in paese c'era tanto chiasso, nel recinto della miniera regnava il silenzio e l'immobilità della morte. I forni che solevano arder sempre s'erano spenti per mancanza di braccia che li alimentassero di nuovo combustibile; la grù e le caldaje a vapore erano inoperose, i carretti pieni di minerale non giravano lungo i binarii, non si vedeva più il fumo del caminone, non si sentiva lo strepito delle pompe e il cupo rimbombo delle mine, segnale della vita sotterranea. Solo nelle officine dei fabbri e dei falegnami, ove la coalizione non aveva trovato proseliti, si attendeva per forza d'inerzia a qualche lavoro già iniziato nei giorni precedenti; ma vi si attendeva con quella malavoglia che deriva dall'incertezza del domani.
In risposta al secondo dispaccio di Odoardo Selmi che annunziava lo sciopero, la Direzione di Londra aveva telegrafato:
Nessuna concessione. Se gli operai non capitolano, chiamatene altri.
Era ciò appunto che si disponeva a fare il Selmi, ma prevedendo che la cosa non sarebbe passata senza tumulti, ne aveva avvertito la Prefettura da cui dipendeva Valduria, affinchè desse in tempo le disposizioni per la tutela dell'ordine. Un delegato di questura, un brigadiere e pochi carabinieri non potevano certo tenere in freno più centinaia d'operai.
Ma sia che Odoardo non sapesse presentare al vivo lo stato delle cose, sia che la Prefettura non ne intendesse tutta la gravità, fatto si è che i rinforzi spediti furono assolutamente insufficienti, tali da esacerbare gli animi, non da impedire ogni violenza. Cosicchè, quando al terzo giorno dello sciopero, comparve a Valduria la prima squadra di lavoranti (una trentina circa) che il Selmi era riuscito con molta fatica a raccozzare nelle vicinanze, lo sciopero si mutò in vero ammutinamento, e i collegati, messi già sull'avviso, assunsero un contegno tanto minaccioso verso i nuovi venuti, che questi, temendo di rimetterci la pelle, abbandonarono subito la partita. Le poche guardie che s'erano provate a far qualche arresto tra i più turbolenti furono anch'esse costrette a rinunciare all'impresa, e dovettero limitarsi a difender la miniera dai colpi di mano dei sediziosi. Correvano già sinistri propositi; s'eran sentite grida di morte: si diceva che qualcheduno avesse in animo di far saltare il deposito della polvere; che altri volessero dar fuoco alla casa dell'ingegnere e rubare il denaro che doveva esserci in cassa, altri distruggere i forni, e così via, Era, come si dice, un darsi la zappa sui piedi, perchè, se gli operai mandavano in rovina la miniera, di che avrebbero poscia vissuto? Ma chi non sa che, nello scoppio delle selvaggie passioni, le moltitudini smarriscono affatto il criterio del loro utile e il male diventa scopo a sè stesso?
Se l'ingegnere Selmi aveva mancato di previdenza, non si poteva certo accusarlo di mancar di coraggio. Egli si mostrava dovunque c'era un pericolo, e raccogliendo intorno a sè i pochi addetti alla miniera che non avevano partecipato al movimento, si preparava, se fosse stato necessario, a far pagar cara la propria vita. I carabinieri si lasciavan dirigere da lui, come da persona che conosceva i siti ed era in grado di disporre opportunamente le difese.
La situazione di Cipriano diventava intanto sempre più delicata. Odoardo non gli nascondeva la sua diffidenza, e deciso di non trovarsi un nemico in casa, l'aveva allontanato con un pretesto.
Gli operai lo accusavano di doppiezza, e gl'intimavano di gettar giù la maschera e di fare apertamente causa comune con loro. I più tranquilli, quelli che s'eran lasciati rimorchiare dagli altri, non gli perdonavano di averli cullati nell'illusione che quest'impiccio si sarebbe risolto in modo conforme ai loro desideri. Invece dove si andava a finire? Con che mezzi si sarebbe prolungata la resistenza?
Cipriano era ormai in grado di misurare l'enormità dello sproposito commesso. Egli aveva procurato, è vero, delle molestie agli altri, ma quanti maggiori guai tirava addosso a sè medesimo! Non era un aumento di credito ch'egli avrebbe trovato alla fine del conto, era la perdita di una posizione che aveva conquistato a palmo a palmo a forza di lavoro e d'ingegno, era il disprezzo, era l'odio di quelli ch'egli aveva ingannati, era l'odio, il disprezzo di Maria…. E quest'ultimo pensiero gli era il più penoso di tutti…. Maria egli l'amava sempre…. Talora nell'animo esacerbato egli si raffigurava la voluttà di una suprema vendetta. Portar la devastazione e la morte nella miniera, sottraendo al disastro la sola Maria. Presentarsi a lei come un salvatore e come un padrone: difenderla contro tutti, ma volerla per sè.
Follie! L'intelligenza di Cipriano non era tanto offuscata da non capire ciò che vi fosse di assurdo in questi propositi di mente inferma. Quand'anche il resto gli fosse riuscito, Maria non avrebbe mai accondisceso a esser sua. Bensì promovendo, secondando gl'istinti brutali che si manifestavano nella schiuma dei collegati, egli avrebbe potuto far di lei una creatura derelitta ed infelicissima. Combattuto così da affetti diversi, spesso tentava di moderare quelli che aveva aizzati, e sentiva l'aura della popolarità ritirarsi rapidamente da lui e il terreno vacillare sotto i suoi piedi.