È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto, moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che, prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla presenza d'uno squadrone di cavalleria.
Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori, l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi—egli concluse;—dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura, e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più miserie intorno a sè.
Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di aver persuaso il suo uditorio.
Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno borbottare a mezza voce:—Tutti i salmi finiscono in gloria: State cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.—Oppure:—Il sugo del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.—O finalmente:—Non la deve mica andar sempre così…. Basta, s'è pagato il maestro, e la lezione non sarà perduta.
Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:—Se ci fosse stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è accaduto.
XXIV.
La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la discenderia, e lungo le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di fiammelle fantastiche.
Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano, sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo, come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.
Maria era piena di tristi presentimenti.—Si guardi, si guardi—ella ripeteva a Roberto ogni volta ch'egli usciva di casa. Ed era travagliata da affannose inquietudini nelle assenze di lui, e quando lo vedeva riapparir di lontano provava una consolazione così forte da durar fatica a nasconderla. Poi Roberto partiva, ed ella ripiombava nelle ansietà di prima. Il cuore è buon profeta, e il cuore di Maria non s'ingannava ne' suoi presagi.
L'ingegnere Arconti tornava un giorno dall'aver visitato una fornace ove si stavano fabbricando delle pietre cotte da servire ad alcune opere di muratura occorrenti a Valduria. Era solo, malinconico, assorto ne' suoi pensieri. La calma che egli aveva contribuito a ristabilire nella miniera non era penetrata nel suo spirito, anzi, dileguate le gravi cure che avevan richiesto l'esercizio di tutte le sue facoltà, gli si addensava nella mente una folla d'idee dolorose. Simile a chi s'aggira tra le rovine della sua patria, egli errava con la fantasia tra le rovine del suo povero amore, che avrebbe voluto, e non poteva, divellere dalle radici. Ogni tanto estraeva di tasca una lettera, l'apriva, vi scorreva su con l'occhio e pareva ritrarne un sentimento indicibile d'uggia e di pena. Era una lettera profumata, con monogramma, una lettera la cui fisonomia aristocratica faceva uno strano effetto in quei luoghi e nelle mani di Roberto che aveva dimessa ogni eleganza cittadinesca e aveva ripreso l'abito e l'aspetto di minatore. Quel foglietto conteneva uno sproloquio della signora Federica, vano e sconclusionato, secondo il solito. Ma la leggerezza di sua madre non era cosa nuova per l'Arconti; ciò che però l'accorava era il vedere ch'esisteva una uniformità assoluta d'idee e di carattere tra lei e Lucilla. Se, diventando suocera e nuora, si fossero mantenute così, sarebbero state da citare a modello. In questa lettera la signora Federica mostrava di aspettarsi dal figliuolo un atto di contrizione; per lei era chiaro come la luce del giorno ch'egli aveva torto marcio, e solo la sua caparbietà naturale gl'impediva di riconoscerlo. Appena se ne fosse persuaso, si sarebbero potuti riappiccare i negoziati; già Lucilla, a condizioni pari, gli dava la preferenza; la signora Giulia non aveva mutato opinione. L'osso più duro sarebbe stato il signor Benedetto, ch'era sdegnatissimo della condotta di Roberto; ma siccome per lui l'essenziale era di non esborsare la dote, non sarebbe stato impossibile di strappargli un nuovo consenso. Tutti questi sragionamenti erano diluiti in un mare d'inezie e di volgarità, sulle chiacchiere della gente, sulle toilettes di Lucilla, sulle bravure di Gipsy, ecc., ecc. I pericoli a cui Roberto era andato incontro a Valduria non parevano nemmeno ricordati da quelle creature frivole, e alla miniera appena si alludeva con ironia sprezzante per chieder conto della damigella d'alto affare che vi dimorava.