—Adesso tocca a te a parlare—disse la signora Federica.—Vuoi che usciamo all'aperto?… Questa sala mi fa oppressione di respiro.

—Usciremo or ora—osservò l'ingegnere.—Se non ti dispiace, la mia risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto….

—Come? Io non saprò nulla?

—Mi son spiegato male….. Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi occhi e le consegnerò a te.

—Ma…

—Credi, mamma, è meglio così.

Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto di carta da lettere e qualche sopraccoperta.

Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.» La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala, sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.

La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:—Dev'essere impossibile scrivere su quella carta.

—Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore—rispose Roberto, rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento, come se avesse bisogno di riprender lena.