Erano le dieci, e bisognava apparecchiare il desinare per quando Odoardo tornava dalla miniera. Maria discese in cucina, e infilò nello spiedo un pezzo di montone che il carrettiere aveva portato poco prima dalla città e ch'era una delle vivande favorite di suo fratello, il quale le diceva sempre che nessuna cuoca la pareggiava nell'arte di rosolare un arrosto. E anche l'ingegnere Arconti s'era ripetutamente congratulato con lei di questa sua abilità.

La donna di servizio, lagnandosi che quel giovinastro di Luigi non si fosse fatto ancora vedere nella giornata, era andata a prendere un paio di secchi d'acqua, e Maria era sola davanti al focolare quando sentì i passi affrettati di Odoardo.

—Non sarai mica venuto per desinare—ella gli gridò dalla cucina.—Non sono che le dieci.

—Ah Maria, sei qui—egli rispose con voce alterata.

—Sì, cos'hai?

Ciò ch'egli aveva non avrebbe voluto dirlo, ma il segreto era impossibile.

—Nulla—egli replicò entrando in cucina.—Cioè…

—Dio mio!—proruppe Maria, correndogli incontro.—Sei pallido come un morto… Un'altra disgrazia, sicuro. Che vita! Che vita!

—No, calmati… A Valduria non c'è niente di nuovo.

—Dove dunque?—Per carità, Odoardo, non tenermi in queste angustie. Una disgrazia c'è; basta guardarti in viso per accorgersene. E se non è successa qui, dov'è successa?