—Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo una raffineria.
Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.
Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a lisciargli il pelo.
—La conoscono tutti qui, uomini e bestie—osservò Roberto.
—Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?… Che cosa c'è?
Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.
Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue gambe lasciandovi una traccia di zolfo.
Maria si mise a ridere.—Bisogna pur che ci si avvezzi—ella disse a Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.—Chi va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai…. Veda il povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.
L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.
—E questa è Valduria—ripigliò la giovinetta.