—Cipriano Regoli—disse Odoardo presentandolo a Roberto—il migliore dei nostri soprastanti.—E finì la presentazione.—L'ingegnere Arconti, che ormai viene a stare con noi.

—Ho già sentito il vostro nome—rispose Roberto porgendo la mano all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia le dita bianche, affilate, aristocratiche.—Ho parlato di voi stamattina con vostra madre….

—Ha visto mia madre?—domandò l'operaio con qualche sorpresa.

—Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora Maria.

Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente—Ah!

—Il romanzo c'è—pensò in cuor suo Roberto.

Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.

—T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare—osservò Odoardo battendo sulla spalla dell'amico.

Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che costituiva la imboccatura della discenderia, tre di quei lumi dal lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro all'Arconti, e tenne il terzo per sè.

—Vieni dietro a noi—riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a Roberto.—Andremo adagio…. Tu puoi con la sinistra tenerti alla maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.