La discenderia poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide, lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo, e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.
Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più distinto si sentiva lo strepito delle pompe.
—Siamo a tre quarti di viaggio—disse a un certo punto Odoardo.
Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.
La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.
Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre, la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente inclinato della scala.
Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò subito molta stima pel nuovo ingegnere.
Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì che si procedeva all'estrazione del minerale.
Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto disse:—Vediamo.
Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un lungo bastone di ferro appuntito, detto palo a mine. Alla venuta del direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del palo a mine, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.