Allora sentii qualche cosa dentro di me, come se il cuore improvvisamente mi si ingrossasse fino ad aprirsi, e ne uscissero i ricordi e gli auguri pieni di tristezza e di tenerezza, volando via come stormi di colombi viaggiatori. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„ — E tenendo gli occhi chiusi, attraversavo il Mediterraneo e tutta Toscana, valicavo gli Appennini, andavo di filato a Bologna, entravo nella mia casa, passavo dall’una all’altra nelle stanze silenziose, ove quelli della mia famiglia forse a quell’ora dormivano e certo s’erano addormentati pensando a me. — “Buon anno! Buon anno! Buon anno!„.... — Avrei anche voluto che il mio vicino fosse sveglio; e mi doleva che, allo scoccar della mezzanotte, non avessimo pensato a scambiarci un augurio, serrandoci la mano, come due vecchi amici.
Poi volli distrarmi da tutta quella tenerezza; e ruminai di nuovo nella memoria il Capitolo di Francesco Berni:
O Muse, o Bacco, o Febo, o Agatirsi!
Correte qua chè cosa sì crudele
Senza l’aiuto vostro non può dirsi....
Ma che cosa accadeva nello stanzone dei dormienti? Che cosa si rimescolava a quell’ora, nella paglia e tra i materassi?... Ebbi da prima la apprensione vaga di tutta una animazione extra umana, che abitasse insieme con noi, respirasse e si movesse vicino a noi, secondo leggi, istinti e abitudini proprie.... Poi cominciai a cogliere, dai punti lontani dell’ambiente, qualche fruscìo, qualche rodìo e perfino dei lievissimi gridi che parevano sibili.... Mi posi sull’attento.... Non c’era dubbio; avevo ben visto qualche cosa balzare o guizzare per un momento vicino a me....
I topi?... Credo che avevamo già accennato ad essi, io o l’olandese, al nostro primo giungere, là dentro, come a nostri compagni inevitabili. Ero dunque prevenuto e rassegnato a sopportare, alla meglio, anche quella tra le tante altre forme di schifo che si accoglievano in quella trista dimora.... Ma altra cosa è udire, altra cosa vedere e quasi toccare con mano!
La conclusione fu questa. A vedermi dinanzi, nella luce incerta, tutte quelle sorche nere, sbucanti d’ogni dove, brulicanti da per tutto, aggirantisi vicino e sopra quei corpi di addormentati, sempre più numerose, sempre più invadenti, odiose, cercatrici, forse fameliche — o ribrezzo o paura che fosse — io non potei assolutamente resistere.... Balzai in piedi come lanciato su da una molla, infilai l’uscio, mi trovai nell’androne, ove travidi due o tre custodi appisolati sulle sedie, e mi diressi a una delle porte grandi, che trovai socchiusa. La spinsi e uscii all’aperto.
Ci avevano ben avvisati che ogni tentativo di evasione del Lazzaretto costituiva, per legge, una mancanza gravissima, la quale avrebbe potuto persino giustificare un colpo di fucile da parte dei custodi!... Ma io non ebbi nemmeno l’idea del pericolo. Io non pensavo che a fuggire da quel luogo schifoso, da quell’afa opprimente, da quella moltitudine immonda. E respiravo con gran sollievo l’aria fredda della notte; e seguitavo ad andare sempre più lontano, verso l’interno della piccola isola.
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