Che singolare cosa era mai succeduta!... Tolta da quello sdraiamento volgare e sciolta per un momento quella espressione di torpore bruto che suol dare il dormire faticoso in ferrovia, la figura e la faccia d’Alberto si erano, come per incanto, rinobilitate e ringiovanite. Ella, in sostanza, rivide il giovane gentiluomo che aveva tanto amato.... Un’onda di tenerezza la invase; la vinse quasi un bisogno prepotente di volgersi essa a lui, di svegliarlo chiamandolo, di sentire anche una volta il suono della sua voce.... Le fu d’uopo di uno sforzo immenso e di correre con la mente a suo marito buono e al suo bambino che l’attendevano a casa e che erano forse inquieti di non vederla tornata a così tarda ora!

Volle e potè contenersi. Quella non era che una visione effimera della sua giovinezza, che splendeva un momento dinanzi a lei. Bisognava lasciarla passare; la ragione e il dovere lo comandavano.... Ma ciò che nè il dovere nè la ragione poterono impedire, fu una effusione di immensa bontà che sgorgò dal suo cuore giovanile e femmineo e andò a posarsi su quell’addormentato.... Sì, essa gli perdonava tutto il male che le aveva fatto, gli augurava con tutta l’anima ogni bene; e sopratutto gli augurava di ritornare buono, come essa lo aveva giudicato un tempo, buono come egli, certo, doveva essere stato in quei lontani giorni quando l’amore li aveva uniti nei teneri entusiasmi, nei sogni, nelle speranze.... Essa formava questi pensieri con la faccia soave rivolta verso Alberto; e due lagrime le rigavano dolcemente la faccia....


Intanto il treno entrava nella stazione d’Imola. Era già di notte ed essa vide una lista di luce posare improvvisamente sulla testa immobile, sull’orecchio e sul collo di Alberto.... Ebbe ancora un brivido per tutta la persona, rizzandosi in piedi....

Al momento di scendere, vide che sarebbe stata costretta a passargli vicina; ma non ebbe nè incertezza nè paura. Il cuore però batteva fortissimo; le mani tremavano in modo che, nel mentre che passava quasi strisciando presso quel corpo lungo disteso, due delle rosine bianche si staccarono dal mazzo tormentato e caddero, sfogliandosi, sulle gambe e sugli stivali d’Alberto.... Ella non se ne avvide e discese in un lampo, lasciando lo sportello aperto. Alberto, ferito alla nuca da una corrente di aria fredda, s’alzò di soprassalto, abbrancò lo sportello e lo tirò a sè, sbattendolo con violenza e borbottando con voce rauca e stizzita: — Contadini!...

FILOMELA.

— Die Nachtigall.... il gallo della notte! È egli possibile immaginare un nome più disadatto e prosaico di questo dato dalla lingua tedesca all’usignuolo? Rozza, brutta, ridicola parola....

E forse Ottone avrebbe durato un pezzo ad inveire, non so se a torto o a ragione; ma intanto c’eravamo già messi per il viale tortuoso e angusto del boschetto. Io gli feci cenno di star zitto e ci fermammo ad ascoltare.

L’usignuolo era a poca distanza da noi. Non so se posato sopra la frasca d’un giovine tiglio o se, più probabilmente, nascosto nel folto di una vecchia acacia capitozza, che ergeva la testa raccolta e densa, a cui i raggi della luna davano una tinta fra il lattiginoso e l’argenteo. L’usignuolo cantava nel gran silenzio.

Poco prima avevamo udito alla chiesa di San Martino suonare le due dopo mezzanotte; nella Piazza d’armi non s’era incontrata anima viva; nessuno girando il gran viale rotondo della Montagnola; e ora lì, circondati ogni intorno dagli alti cespugli del boschetto, nè vedendo altro che il cielo stellato sopra di noi, provavamo tutti e due un senso di isolamento e di calma perfetta, come se ci fossimo trovati a quell’ora nella solitudine di un bosco sull’Appennino a cinquanta miglia da Bologna.