L’usignuolo cantava; e ci era, ripeto, tanto vicino che, senza vederlo, udivamo a quando a quando il leggero fruscìo delle foglie mosse da lui. L’aria immobile era tutta piena del suo canto, e il silenzio profondo pareva un silenzio d’ascoltazione, secondo l’idea degli antichi poeti che immaginavano i venti sospesi e gli alberi e le rupi intente ad ascoltare qualche suono grato e sacro.

Io pensavo a questo proposito: — Perchè i poeti antichi, da Esiodo a Virgilio, descrivono sempre il canto dell’usignuolo flebile e quasi piagnucoloso?... A noi invece, avvezzi alle querimonie della poesia moderna, a noi coll’orecchie piene de’ piagnistei della nuova musica melodrammatica, e anche, ohimè! delle romanze da camera, il canto dell’usignuolo, con la mobilità e prestezza cromatica che lo distingue, fa provare un senso di dolcezza calma, temperata, quasi allegra.

È la gran legge della progressione che signoreggia tutte le nostre sensazioni, massime se vi entra l’arte e massime se quest’arte è la musica. Un coro infernale nell’Orfeo di Gluk parve nel secolo passato l’ultimo segno della terribilità espressa con voci e suoni. Ponete adesso quel coro in mezzo a quelli, per esempio, del gran finale della Regina di Saba, e farà l’effetto d’un lamento moderato e sommesso....


Pensavo all’usignuolo, e sono cascato a parlar d’arte. Che salto enorme coll’apparenza di un passo agevole! In arte le forme si inseguono, si raggiungono, s’urtano e si soverchiano in una corsa infaticabile. Non solamente ogni scuola ed ogni maniera ha il suo breve tempo d’auge e di dominio; anche ogni singolo artista ha spesso nella sua vita più atteggiamenti d’ingegno e più stili, che rubano talvolta al pubblico un suffragio esclusivo ed intollerante. A vedere la energia degli assensi che esso riscuote d’ogni parte, direste che finalmente egli sia giunto ad una meta stabile. Sì davvero!... Ripassate fra qualche anno e vedrete quel che rimane dell’opera e delle ammirazioni.

Arrivati poi al termine d’un periodo storico, il pubblico e i critici si voltano indietro, provando a tirare la somma. Ma se vogliamo essere schietti innanzi alla nostra e all’altrui vanità, dobbiamo confessare che del molto lavoro fatto ciò che rimane di vitale e di perenne è ben piccola cosa. La più parte della suppellettile artistica somiglia a un magazzino d’abiti smessi o alla raccolta delle incisioni d’un giornale di mode. Come paiono goffe e sgraziate quelle fogge che, viste cogli occhi d’una volta, raddoppiavano la prestanza degli uomini e la seduzione delle donne eleganti!

Fui qualche anno fa a Milano, poco dopo la morte del povero C.... Il fervore della sua pittura era al colmo. Un critico che, pur facendo di cappello all’ingegno del pittore, volle mettere una nota sorda in quel coro di lodi, fu a un pelo d’essere lapidato. Intanto un giovine poeta cantava in metro lirico l’apoteosi dei toni gialli e rossi, paragonandoli, se ben mi ricordo, a dei cavalli scalpitanti in guerra. Si giunse perfino ad escogitare uno speciale sistema di ottica soggettiva per giustificare certe tinte particolari al C... non riscontrabili, da noi coi nostri poveri occhi, in natura, e tutto quell’indefinito e sfumato e nebbioso ch’egli metteva nei piani e nei contorni. Passando poi dalla esecuzione ai concetti e agli intendimenti del pittore, l’estro della esegesi non aveva più limiti. Per esempio quei due che si stringevano le mani con passione non erano solo due amanti; erano anche due cugini. Si capiva, o almeno si era obbligati a capirlo, guardando alla espressione finissimamente cuginesca messa nei due volti dal pittore....

Io partii da quella esposizione intronato e confuso per tutta quella critica mirabolana e, come accade spesso, repugnandomi il decidere con una affermazione secca, se ero io che non capivo od essi i panegiristi che passavano il segno, mi acconciai alla sospensiva, dicendo fra me e me: Vedremo!

E non ho avuto bisogno d’aspettare un pezzo. Li abbiamo veduti dopo a Torino e altrove gli ultimi riflessi di quella tanto celebrata pittura, inavvertiti e confusi in mezzo ai quadri della mostra. Un milanese che era meco, appassionato e schietto cultore dell’arte, non sapeva riaversi dalla sorpresa....