E questa è storia che dura e si ripete fino dal tempo in cui l’arte principiò ad essere una forma della vita. La distanza dei secoli avvicina e confonde i fatti; ma ciò che avviene ora sotto i nostri occhi è avvenuto sempre più o meno. Adesso anzi i trapassi sono più rapidi, perchè la vita moderna corre più inquieta e cupida alla cerca del nuovo e del diverso; e la mole enorme delle impressioni d’arte, accumulate nel cervello di noi moderni, rende più frequenti le combinazioni eclettiche e le parvenze di novità, che un soffio compone e un altro discompone. Intanto par d’essere nel regno della ballata tedesca: I morti corrono!

Quante fronti che ieri nell’arringo dell’arte si ergevano con piglio trionfale, vanno oggi crucciate e dimesse! E ai trionfatori d’oggi quale sorte è serbata domani?


Fortunato l’usignuolo! Il suo canto invariato passò i secoli, arrivando sempre dolce e gradito all’orecchio degli ascoltatori.

“Tu sei giunto, o pellegrino, su questo sacro colle fiorente d’ulivi e alimentatore di cavalli. Di qui s’ode l’usignuolo soavemente lamentarsi nelle valli ombrose....„ Sono passate migliaia d’anni dal giorno in cui i vecchi di Colono con queste parole salutavano Edipo cieco e ramingo. Altre migliaia di anni passeranno ancora; ma avverrà sempre che una semplice progressione di note flautate e un rapido gorgheggio fermino di notte a mezza strada il viandante, immemore dell’ora tarda, o chiamino rapidamente alla finestra la fanciulla mezzo spogliata, incurante della umida brezza notturna. Frattanto intere cataste d’istrumenti musicali inventati dall’uomo hanno avuto tempo d’andare in disuso. Che n’è delle note che placarono Saul? Che n’è delle patrie canzoni che fecero piangere Attila di tenerezza? E delle melodie di Casella che innamorarono Dante Alighieri!... E tutti gli strumenti che inventava e faceva inventare il cardinale Ippolito d’Este dove sono andati?...

L’usignuolo nel silenzio ascoltante della natura seguita ad essere il cantore prediletto della foresta; e non vi ha dotto poeta che non fosse pronto a dare tutto il suo greco e tutto il suo latino, per tradurre in una strofa sola quello che egli dice alla notte e alla luna. E se noi potessimo penetrare la intima essenza delle cose, credo che scopriremmo non essere governata da diversa legge la effusione di bellezza, che durevolmente ci viene dalle grandi opere d’arte.

Di fatti, raccogliendo bene nel fondo dell’anima nostra ciò che proprio costituisce la singolare potenza di ogni grande artista (per esempio un poeta come Omero, un pittore come Raffaele e un melodista come Bellini) e a poco a poco eliminando tutto quello che è in lui di generico, di collettivo ed impersonale, all’ultimo che rimane? Un incognito indistinto che non troviamo parole ad esprimere e che vagamente vorremmo significare con un gesto della mano, una mossa degli occhi, una esclamazione.... Salirono le alte cime dell’ideale, scrutarono con penetrazione insolita il libro della natura e furono a ragione salutati grandi. Ma l’argomento della loro grandezza è tutto in un dato semplicissimo; il quale consiste nell’aver essi fatta vibrare una nota nuova nell’ime corde del nostro essere e con quella generato in noi una nuova sensazione della vita. Nel linguaggio dell’arte potrà poi chiamarsi la “sensazione omerica„ la “sensazione raffaellesca„ la “sensazione belliniana„. E questa piccola frase sarà alle loro glorie monumento assai più durevole di quello in marmo e in bronzo eretti loro dai mecenati e dai popoli.

Fuori di questo circolo misterioso, abbiamo la mediocrità, fin che volete aurea e festeggiata: dei quadri che durano a piacere dieci anni, delle arie che per dieci mesi fanno la delizia di tutte le platee, e dei poeti che sono alla moda per una stagione di bagni. Fortunato l’usignuolo!...


Che è?... Io e l’amico dobbiamo a un tratto mutare l’ascoltazione piacevole in un vero rapimento. Non ci eravamo ancora accorti del primo sorgere dell’alba; ma egli l’usignuolo dalla sua frasca aveva certo veduto comparire all’orizzonte le prime tinte rosate e crocee, sfumanti nell’azzurro perlato del cielo.... E salutava il giorno nascente. Non eran più le note sospirose e i tenui trilli soavemente modulati, ma un impeto di canto meraviglioso, ora disteso, ora fiorito, con gorgheggi a salti, a scale, a note picchettate, con passaggi nuovi, strani, inattesi, con volate di un ardimento e d’un lirismo ineffabile.... Si sarebbe detto che l’usignuolo voleva epilogare il suo lungo canto notturno, gittando incontro a la bella aurora uno sprazzo di rugiada melodiosa. Difatti dopo breve tempo l’uccellino cessò a un punto il canto e volò via.