Durante la cerimonia, io osservo i quattro magistrati che vi assistono gravi, silenziosi, ora in piedi, ora in ginocchio, davanti a uno sgabello parato in rosso per la circostanza. I due nuovi, malgrado che vestano uno stesso costume, che ha dello spagnuolo e del fiammingo, mostrano visibilmente al tipo che uno è tratto dal patriziato, uno di famiglia popolare. Non dirò quale dei due tipi sia meglio rappresentato; ma so che, guardando a quelle due teste nè altere nè umili, senza piglio dittatorio nè lampi di genio, io, a tutto loro elogio, volgevo in mente un epigramma di Platen composto dal poeta tedesco mentre assisteva, non ricordo in che anno, a questa istessa solennità.

“Quando entrai nella chiesa vi si eleggevano i Consoli dell’anno, come impone l’usanza. Veramente essi erano una copia paesana, e non Cato e non Cesare. Ma promettevano al popolo ancora un anno di pace.„

Il più importante della cerimonia, cioè la consegna del potere, si compie poi nella grande sala del Consiglio Principe.

Un professore delle scuole pubbliche legge un discorso, il quale disserta, al solito, su qualche argomento di buon governo, e che i buoni magistrati ascoltano senza pensare (almeno sembra) alla risposta che diede Annibale a quel retore che l’intrattenne per due ore sul modo di vincere le battaglie....

Giunge infine il momento solenne. I due vecchi Consoli si levano dal collo il gran collare di San Marino e lo appendono a quello dei nuovi. Il segretario prende atto d’ogni cosa, e il trapasso dei poteri è un fatto compiuto; il governo della repubblica per altri sei mesi è affidato a mani sicure.

Bande, campane e mortai ripetono i saluti festivi, il popolo inchina al passaggio i nuovi suoi reggitori; e ognuno va a pranzo, che già il tocco è sonato.


Anche noi c’incamminiamo verso il pranzo, e andando si dà un’occhiata intorno alla fisonomia del paese. Le vie strette e bistorte corrono su e giù per il dosso del monte così erte, a pendii così bizzarri e disuguali, che qua e là paiono scoscendimenti repentini avvenuti per terremoto. Le case, d’esteriore spesso modestissimo, piantate alla meglio su quei greppi di pietra arenaria, pare che s’addossino penosamente l’una all’altra per paura di cadere. Diresti che la città di San Marino siasi venuta formando via via per modo d’agglomerazione fortuita, come il sasso enorme da cui è sorretta, il quale, nel tempo dei tempi, si formò, dicono i geologi, per una formazione venti volte millenaria di elementi corallini e calcari, lentissimamente emergendo dai glauchi flutti del Mediterraneo.

La casa ove il nostro ospite ci accoglie, posta in uno dei luoghi più eminenti della città, non ha nulla da invidiare ad un palazzo. Visitiamo anzitutto il celebre medagliere di Borghesi: quarantamila circa tra monete e medaglie consolari, imperiali, mediovali e del Rinascimento, di cui moltissime in oro e argento. Che ricchezza metallica, e soprattutto quale inestimabile tesoro archeologico! La collezione completa delle monete consolari fu messa in ordine e tutta illustrata dallo stesso Borghesi. Qual’è oggi sovrano o museo di Europa per cui il fortunato possessore non debba essere oggetto d’invidia?

A pranzo (un pranzo ove specialmente si fanno onore i pesci dell’Adriatico e i vini del Titano) il discorso s’aggira naturalmente intorno a Bartolomeo Borghesi, il vero genius loci.