Quest’uomo portentoso, che tutta la dotta Europa salutò principe nella epigrafia e nella numismatica, che Mommsen chiama maestro suo, che Napoleone III volle onorare ordinando a proprie spese la stampa delle sue opere, visse quassù gli ultimi trent’anni della vita, solitario co’ suoi libri, semplice, alla mano, ospitale.
Gli studi austerissimi non gli turbarono mai l’indole piacevole e l’elegante urbanità della vita. Convitava assai volentieri alla sua mensa, e là, al tramonto del sole, dopo essersi tutto il giorno stillato il cervello sopra una lapide osca o sannita, lasciava volentieri il freno all’umor gaio. A guisa di tanti altri uomini illustri, da Catone a Beethoven, egli, a lungo e volentieri, sedebat et bibebat; più contento d’un re, autorevole e modesto come un patriarca.
L’amico ci ricordava più d’un aneddoto caratteristico della vita di Borghesi. — Un giorno gli venne notizia che in una montagna presso Ancona s’era scoperto un numero grandissimo di monete consolari. L’archeologo andò sollecito sul luogo e comperò in blocco tutto il tesoro ritrovato; poi scelse delle monete quelle che servivano ad empire i vuoti della sua collezione.
— O che fece delle altre?
— Le mise in un crogiuolo e coll’argento fuso diede a fabbricare le posate di cui ora ci serviamo mangiando....
Non si può negare che eravamo in pieno ambiente archeologico!
Dopo pranzato ci rechiamo a prendere il caffè sul vasto spianato dinanzi alla casa, che il vecchio Borghesi volle ridotto ad orto e giardino con terra portata sin lassù per coprire il nudo sasso, a schiena di quadrupedi. Immaginate che difficoltà e che spesa! Ma non per nulla la sua fantasia si aggirava di continuo in mezzo agli ardimenti del mondo romano. Il parapetto del giardino gira proprio sull’orlo dell’altissimo ciglione. Mi affacciai e rimasi incantato.
Non è il panorama di Napoli, nè quello di Genova e del Bosforo. Non è “l’interminabile sorriso„ dei piani lombardi che da una balza dell’Alpi si versava per gli occhi nell’anima all’esule di Berchet. È uno spettacolo, un quadro di natura che ha un tipo tutto suo originale. In faccia Rimini e l’Adriatico, vasta distesa d’acque biancheggianti, rotte qua e là da lunghe strisce di puro smeraldo. Lontano, in fondo all’orizzonte, forse nubi trasparenti nella nebbia lievissima, forse i contorni indecisi delle montagne di Dalmazia. Alla nostra destra la punta d’Ancona col suo monte solitario; e girando più su l’occhio, si scoprono di mano in mano le giogaie di San Vicino, la catena di Carpegna, e più lontano, confuse nei vapori azzurrognoli, le cime altissime di Cagli. A sinistra, la pineta di Ravenna nereggia laggiù, verso il mare; e più presso è il superbo colle di Bertinoro, tutto ridente di case e di vigneti.
Fra questi due confini si stende l’ampia vallata, che la Marrecchia attraversa, camminando al mare col suo meandro serpeggiante e luminoso sotto i raggi del sole.