Questa vallata veduta così dall’altezza del Titano, ha un aspetto d’austera grandiosità, che in quell’ora, in quel silenzio, metteva nell’anima una tristezza sublime. Le colline, che digradando la fiancheggiano, di colore ferrigno e in apparenza incolte, paiono di lassù colossali rigonfiamenti di terreno, i cui vertici, da un momento all’altro, debbano aprirsi, tonando e fumando, in crateri di vulcani.


Dall’aspetto di questi luoghi la mente corre alla loro storia, e coglie una somiglianza, forse fantastica, ma viva e potente. Sì, questi sono davvero i campi, questo il teatro, ove doveva addensarsi e agitarsi una gente fiera, indomita e generosa, così ben ritratta negli storici latini e nelle cronache del medio evo: una gente in cui la natura adunò molti dei più nobili istinti della stirpe italica, ma che ereditò, forse più che ogni altra della famiglia, anche il difetto d’un ideale storico mal definito, e consumò sovente sè stessa in feroci inquietudini, in lotte accanite e infeconde....


Gli amici mi tolgono alle mie divagazioni, chè la giornata è ormai al suo termine. Saliamo in fretta a visitare la vecchia Rocca della Repubblica, messa ad uso di prigione. Una fortezza senza cannoni, e delle carceri senza un solo prigioniero!... Una visita facciamo anche alla biblioteca, che è a un tempo pinacoteca, museo, armeria e raccolta d’ogni oggetto notevole ora posseduto dalla Repubblica. Tra le cose d’arte ammiriamo un bassorilievo in bronzo di fare michelangiolesco, una tavola di Giulio Romano e un San Sebastiano, bellissimo nudo fieramente spiccato in contrasto di luce e d’ombra. Lo dicono di Ribera e non sarebbe opera indegna del Velasquez.

Il sole si cela dietro la bruna rocca di San Leo, ove Cagliostro finì, espiando e sempre tramando di fuggire, la sua vita piena di avventure più e meno pulite. Noi discendiamo rapidamente verso Rimini. I lumi del tramonto colorano ritirandosi or questa or quella cima di colle; e le ombre gigantesche si estendono per la vallata innanzi a noi, mutando con vicenda rapida e fantastica....

PRIMO PASSO.

Il mio primo passo verso la sacra montagna abitata dalle nove Sorelle, fu un passo falso. Voglio ricordarlo in pubblico senza troppa compunzione e umiltà, ma anche senza vanteria.

S’era nel 1860 ed io facevo il mio primo anno di legge alla Università di Bologna. È ancora ben vivo il ricordo di quei tempi. L’atmosfera era calda di patriottismo e la politica entrava per tutto. In piazza, bandiere e dimostrazioni all’ordine del giorno e anche della notte: negli atrii della Università affollamenti di scolari, grida, schiamazzi, discorsi e discorse.

La politica era anche montata in cattedra, massime nella facoltà di giurisprudenza. Anzi aveva invaso i programmi d’insegnamento in modo ch’ormai vi stava dentro da padrona. Quante volte s’entrava in iscuola coll’idea di ascoltare, per esempio, una lezione di filosofia del diritto, e il professore ci somministrava un focoso commento all’ultimo discorso di Cavour o all’ultimo proclama di Garibaldi! E passi per le lezioni di filosofia del diritto. Attesa la sconfinata ampiezza della materia, le affinità cogli argomenti politici del tempo potevano essere o parere meno stiracchiate; ma gli è che anche i professori che trattavano le materie più esatte del giure, non escluse quelle di diritto canonico, non sapevano resistere alla tentazione; e di botto, nel bel mezzo di una trattazione aridamente metodica, uscivano con allusioni ed apostrofi agli avvenimenti, agli uomini, ai timori, alle speranze che in quel giorno tenevano più occupata l’attenzione del pubblico.