S’intendeva acqua ma non tempesta! Noi studenti, dopo aver continuato un pezzo ad applaudire, si cominciò a mormorare. — Un po’ s’era stanchi di sentirci sempre la stessa solfa negli orecchi, un po’ non ci pareva vero di pigliare un’aria d’emancipazione, censurando i nostri insegnanti. Non andò molto tempo che nei nostri professori noi, colla nostra fantasia critica, già avevamo, per così dire, eliminato e disfatto tutto quello che essi avevano di serio e d’autorevole; e non restava dinanzi a noi che quella loro posa declamatoria, quello zelo intempestivo d’apostolato politico che noi, nella nostra benevolenza, confondevamo assai volentieri colla poca voglia di far lezione per davvero e col ticchio di procacciarsi applausi a buon mercato.
Per tal modo nacque a poco a poco nel mio cervello il disegno d’una satira. E mi sorrideva l’idea d’erigermi, io giovane scolaretto, giudice e flagellatore dei miei togati insegnanti. Questo mi dava un’aria fiera e ribelle che mi piaceva infinitamente.
Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare, dice il proverbio. Probabilmente io mi sarei fermato a quel disegno astratto senza venir mai a nulla di positivo; giacchè per nove decimi, lo sento ora con amarezza, il lavoro dei miei anni migliori potrebbe paragonarsi ad una serie lunghissima di tele di ragno appena incominciate e distrutte da un colpo di vento. Volle però la mia buona o cattiva stella che in quel tempo io ammalassi per una storta a un piede, che mi obbligava al letto senza darmi nè febbre nè dolore troppo vivo.
Allora, in quell’ozio forzato, ripresi l’idea della mia satira; e in breve l’ebbi condotta a termine. Non la riporto qui, un poco perchè non me n’è restato nella memoria che qualche passo e non saprei ora ove rivolgermi per averla intera, un poco ancora perchè, in tutta confidenza, non credo che ne verrebbe incremento alla mia riputazione letteraria.
Era composta di strofe di tre endecasillabi alla saffica, col quarto verso quinario. La diressi al mio amico Luigi Adolfo Borgognoni e cominciava:
La scienza, Gigi mio, che disser morta
Vive di vita disdegnosa e fiera;
E suona da le cattedre di sorta
La cantafera,
Che, per gli orecchi entrando entro il cervello,