La musica saliva per tutti i gradi della potenza descrittiva e appassionante, e pareva che imprimesse una strana, una fulminea forza di ascensione all’anime degli spettatori. La sala era come piena di lampeggiamenti elettrici. Quelli del pubblico che stavano seduti si trovarono in piedi di scatto senza avvedersene; e da tutte le parti del teatro scoppiò un plauso, un grido continuato e insistente, col quale tutti, artisti e profani, wagneriani e anti-wagneriani, esprimevano e mescolavano nella stessa dilettosa corrente lo stupore e l’ammirazione....
Angelo Mariani marcò l’ultima battuta del pezzo, crollando fieramente il capo come un leone vittorioso; poi si voltò, pallido e sorridente, a ringraziare il pubblico.
Non è a dire se il conte wagneriano era rapito dalla musica e lieto del successo. Tutte le sue facoltà nuotavano come in un fluido di appagamenti deliziosi. Quel trionfo di Wagner e degli interpreti era un poco anche trionfo suo. Lo sentiva e n’era beato. — Che gioia incontrarsi dopo due ore al Club, faccia a faccia cogli increduli, coi diffidenti, cogli oppositori, e poterli confondere con la eloquenza di un semplice: ebbene?!...
Quando in fondo alla scena comparve Lohengrin, gli sembrò che tutta l’anima gli si condensasse negli orecchi e negli occhi. Eppure un pensiero venne subitamente a mettersi come di traverso a quella sua attenzione così intensa; e si voltò per vedere sua moglie. Quante volte, discorrendo dell’opera o passando al pianoforte lo spartito, le aveva ripetuto: — Sentirai a questo punto! O bisogna essere dei cretini, o bisogna urlare. — Lo vinse quindi una voglia irresistibile di leggere sul volto della bella contessa le commozioni tante volte pronosticate.
Guardò sua moglie, ma essa non guardava la scena.... Strano! Non guardava nemmeno allo spartito.... La contessa era sempre seduta di fronte alla bocca d’opera, ma piegava recisamente tutta la testa e la voltava in su, arrotondando un poco il collo candido e slanciato. I grandi occhi neri erano anch’essi voltati in su e guardavano fissamente, dando a tutta la faccia l’espressione elegante e spirituale di certe teste femminili di Guido. Era pallida, immobile; salvo che il petto, nettamente contornato dal corsage di velluto nero guernito di trine, si vedeva mosso da un respiro frequente e vivace.... Il marito volle cogliere la direzione di quello sguardo e gli parve di verificare che andava diritto, come un filo luminoso, a finire in terz’ordine, tra il palco n. 16, e il palco n. 18. I tre palchi occupati dalla “Barcaccia„ di cui egli era socio....
Si sentì correre per le vene un rimescolamento sinistro. Perchè, mentre duemila teste erano tutte intente verso la scena, solo la testa di sua moglie era voltata altrove?... Chi guardava? Chi poteva attrarla così, in quel momento solenne dell’opera?... Chi era più potente di Wagner, della musica, della curiosità femminile?... A chi sacrificava tutto questo, in quel punto, sua moglie?... Spinse gli occhi avidamente verso la “Barcaccia„ ma per la posizione in cui era non potè vedere alcuno. Vide appena le due lenti di un binoccolo sporto un poco avanti e puntato verso il palco della contessa.... Inutile pensare a collocarsi più oltre per veder meglio. Con quel po’ po’ di piena il conte si vedeva serrato nella sua poltrona come una pipa nel suo astuccio. E dovè rassegnarsi ad attendere.
Ma appena terminato l’atto, si precipitò nel palchetto e gittò al terz’ordine un’occhiata da falco. La “Barcaccia„ era vuota. I soci, come al solito, s’erano sparsi per i palchi o si erano ritirati nella retrosala a fumare e a far commenti sullo spettacolo e sul pubblico. Allora, sempre ritto in piedi, guardò sua moglie, che, levando verso di lui la sua bella faccia stanca, gli ripeteva con voce fioca e carezzevole: — Immenso! Immenso!
— E l’arrivo del Cigno?
— Immenso!