Il conte si morse il labbro inferiore; poi s’abbandonò a sedere vicino a lei, com’uomo stanco e sbalordito d’entusiasmo musicale.
Durante il resto dell’opera, la contessa *** fu attentissima. Leggeva il libretto, riscontrava col vecchio maestro i punti più singolari della musica sullo spartito, esclamava, applaudiva.
Invece il conte nella sua poltrona tutta la sera non fu più visto voltare una pagina dello spartito e guardava innanzi a sè con occhi da smemorato. Un forte armeggio facevano i pensieri dentro il suo cervello; gli pulsavano le tempie e tratto tratto si sentiva la faccia fredda di sudore.
Che era avvenuto? Sua moglie non era più quella di prima?...
Dopo un primo mulinello confuso d’idee, d’ipotesi e di congetture, la mente diede luogo ad un lavoro un po’ più ordinato.
E cominciò la ricerca dell’uomo. Il conte passò ad uno ad uno in rassegna i suoi amici, i suoi conoscenti, gli amici e i conoscenti della moglie, le amiche, le case delle amiche, i viaggi fatti insieme, le assenze sue da Bologna.... Nulla che dèsse presa ad un sospetto ragionevole! La contessa aveva sempre condotto una vita irreprensibile; e mai l’ombra di un sospetto era passata sopra la loro felicità. Appena ella mostrava di compiacersi degli omaggi resi alla sua bellezza; e s’anche non fosse stata virtuosa, la sua alterezza aristocratica avrebbe fatto la guardia alla sua virtù. Un tempo, quando era ragazza, s’era bisbigliato di una passioncella romantica per il figlio minore del marchese D***, un amico d’infanzia; ma furono voci vaghe e senza costrutto. L’amico d’infanzia da parecchi anni era andato ufficiale di marina e non s’erano quasi più visti. E poi dov’era ora l’amico d’infanzia? A Bologna no certo. Forse al Chilì!...
Ad onta di tutte queste considerazioni rassicuranti, il conte aveva sempre dinanzi alla fantasia la testa e gli occhi di sua moglie voltati in su, verso la “Barcaccia„ e proprio al momento dell’arrivo del Cigno....
All’uscire di teatro, l’aria fresca della notte lo riscosse un poco; e gli parve di sentirsi più tranquillo. Aiutò la contessa a salire in carrozza e le disse, ridendo, che passava al Club, a fumare uno sigaro e “a godere del suo trionfo.„ Quando entrò, la sala era piena di soci che parlavano a quattro, a sei alla volta, commentando lo spettacolo, disputando sull’opera e pronunciando i soliti apoftegmi musicali. Appena lo videro gli furono intorno in dieci o dodici. Qualcuno gli espresse il suo entusiasmo, qualcuno si diede per vinto, qualcuno sottilizzò in distinzioni per coprire la propria disfatta.
Tutta l’anima del conte s’espandeva nel suo wagneriano trionfo. Dopo dieci minuti egli aveva riconquistata la sua gaiezza, il suo brio, la sua formidabile parlantina di polemista musicomane.... All’improvviso sente una voce: — Non mi conosci più? — Si volta, e squadra da capo a piedi un giovanotto alto con la cèra abbronzata, la barba a ventaglio, gli occhi scintillanti e assai distinto nella eleganza del suo abito da società. Era “l’amico d’infanzia!„