L’ampio salotto non aveva l’aspetto di quelli che ora la moda predilige: coi mobili che paiono, più che messi, gettati là di sghembo e ad angoli eterocliti; con tutto un alto e basso di poltrone e poltroncine e seggiole e puff e divani di forme disparate, coperti di stoffe a tinte diverse.
L’occhio avrebbe cercato invano i frequenti riflessi, autentici o no, delle vecchie ceramiche italiane vicine a delle lacche giapponesi e a delle terre cotte di fornace modernissima; e non si perdeva, errando vagamente, sovra una moltitudine di ninnoli di ogni materia e d’ogni foggia, profusi in ogni angolo con eleganze civettuole di studiato disordine, e mescolati agli acquarelli, alle fotografie, alle caricature, ai pezzi di tessuti rari, alle piante esotiche, formanti tutt’insieme uno scompigliato bric-à-brac di sagome e di colori; in mezzo al quale si può egualmente immaginare la dama vera e la dama di princisbecco, senza che, per questa ultima ipotesi, l’ambiente stoni.
In quel salotto, invece, molto ricco e molto elegante ma aristocratico, serio e quasi contegnoso per la compostezza geometrica nella quale era ordinato, non si poteva pensare che ad una vera signora, sovrana amabile e rispettata là dentro, in mezzo a gente degna di lei.
Il signor Antonio mi fece notare sovra un tavolino di mogano un piccolo telaio col ricamo appena cominciato; e un volume della Matilde di Eugenio Sue, lasciato aperto all’ultima pagina letta — tant’anni fa — dalla povera contessa.
Poi mi avvicinai al piano, che già io conoscevo di fama. Era un bellissimo Erard a coda, dei primi venuti da Parigi allorchè i pianoforti di questa fabbrica cominciavano a trionfare dei Bessendorf, dei Graf e degli altri di fabbriche germaniche, allora le più reputate. — Quando arrivò a Bologna, fu oggetto d’invidia a molte signore e formò le delizie dei maestri e dei dilettanti che frequentavano la casa.
Il mio compagno, cavando dal petto un forte sospiro, alzò la mano ad un ritratto appeso alla parete sovra il pianoforte, lo sollevò dalla parte inferiore della cornice e trasse di sotto una piccola chiave. Quello era il ritratto della contessa morta. Una dolce fisonomia di donna bionda, che pareva guardarci co’ suoi due grandi occhi pieni di mestizia pacata; e come il quadro mosso continuava a ondeggiare lentamente, quegli occhi e tutta la fisonomia pareva che si animassero e prendessero una espressione di vivace diniego. Volevano dire che non era bene ciò che noi stavamo per fare?...
La mia testa cominciò a riscaldarsi un poco.
— Prima che apriate, — disse allora il signor Antonio con voce grave e mostrandomi la chiave stretta fra l’indice e il pollice, — prima che apriate il pianoforte, voglio che sappiate che esso venne chiuso or sono ventisei anni e non fu riaperto più mai. Io ricordo la triste notte in cui fu chiuso l’ultima volta.
La contessa amava suo marito. Dopo parecchi anni di vita condotta sempre insieme, continuava ad amarlo come al tempo della luna di miele e forse più. Il tempo, le distrazioni del mondo, gli urti frequenti con l’indole aspra e difficile di quell’uomo, nulla era valso a scemare in lei la passione ardente e la devozione senza limiti. L’amava e n’era gelosa.... Ed egli? Un tempo, certo, il conte aveva amato con trasporto sua moglie; ma negli ultimi anni io, vivendo nell’interno della casa e tenendo gli occhi aperti, cominciai ad accorgermi che il carattere e la condotta del conte mutavano in peggio.
Era giovane, ricco, istruito, e piaceva molto alle donne con quella sua aria d’uomo strano.