La contessa aveva di tanto in tanto delle giornate fosche e una triste inquietudine che le si leggeva negli occhi. “Hai i nervi, Elena?„ le diceva il conte, scherzando e carezzandola. Allora lei si lasciava fare; e finiva sempre col tornar tranquilla come una buona bambina....
Il diavolo fece capitare a Bologna la signora H***, una bella danese coi capelli color di cenere, che, appena arrivata, cominciò ad attirare gli sguardi di tutti e a dar materia di discorsi in tutte le conversazioni. Vestiva con eleganza originale, montava a cavallo benissimo, cantava, pattinava e faceva molte altre cose con una disinvoltura, dicono, insuperabile.
Sulle prime, il conte non volle inchinarsi all’idolo di moda; anzi ostentava per la forestiera una certa indifferenza sprezzante.
Gli uomini!... Un giorno, alla passeggiata, il conte era a piedi e la signora H*** gli cavalcava poco lontano. A un tratto, essendosi allentata la cinghia della sella, la bella danese accennava a cadere. Il conte accorse, l’aiutò a scendere, le aggiustò la cinghia e la rimise in sella. Pare che la signora sapesse ringraziarlo con tanta amabilità, che il giorno dopo il fiero conte era in casa di lei a farsi ripetere i ringraziamenti! Dopo quindici giorni, la forestiera faceva visita alla contessa; e da allora in poi non tralasciò mai di venire ogni martedì sera alla conversazione della sua nuova amica.
Io non pronosticava nulla di buono.
Il conte, bravo dilettante con bella voce di baritono, dopo che aveva fatto conoscenza con la Danese, s’era rimesso a cantare con passione; e la contessa si divertiva moltissimo ad accompagnarli al piano quando eseguivano insieme dei duetti. Gli invitati applaudivano, sino a rompersi i guanti ed esclamavano che un terzetto meglio assortito era impossibile trovarlo!...
Un martedì notte di quaresima, il ricevimento della contessa era riuscito numeroso ed allegro come al solito. Il conte e la Danese, accompagnati sempre dalla contessa, avevano cantato benissimo.
Verso le due, le signore erano già partite; dei pochi invitati rimasti, alcuni stavano nella sala del buffet fumando e sorseggiando il bischof; altri sedevano qua e là nell’appartamento, in crocchi, discorrendo. In questo salotto non erano rimasti che la signora H***, il conte e la contessa, tutti e tre qui al piano, a studiare un duetto nuovo che si proponevano di eseguire il martedì venturo.... Io ero nella stanza qui accanto e ascoltavo. Da prima sentivo la contessa che col suo tocco elegante sonava una frase; poi la voce del conte, poi quella della Danese, poi le due voci insieme. Spesso uno dei due sbagliava la nota o il tempo, e bisognava tornare da capo. Il conte s’impazientiva, le signore ridevano.... Quando, a un tratto, che avvenne?... Io sentii un grido soffocato, che mi parve della contessa; poi silenzio; poi un gran colpo nel pianoforte. In due passi fui lì su quella porta e guardai.... La contessa, in piedi, turbata, pallidissima, voleva chiudere il piano e stava girando con mano convulsa la chiave nella serratura. Il conte, seduto su quel divano là, pareva molto impacciato. Di faccia a lui la signora H***, messosi l’occhialino al naso, avea l’aria di guardare con molta curiosità il dipinto del soffitto....
Capii ogni cosa. Nei due che stavano dietro a lei, certamente la povera contessa aveva sorpreso una parola, un gesto, un bacio, che so io?... Qualche cosa che, in un attimo, convertiva in certezza un sospetto, un dubbio, un tormento serbati dentro da un pezzo e combattuti chi sa con quali sforzi dell’animo!...