Da quel momento cominciò il precipizio di questa casa. Con quello finirono per sempre i ricevimenti della contessa, la quale si chiuse nel suo gran dolore e, gracile come era, dopo due anni morì. Il conte la pianse al suo capezzale di morte e la pianse dopo; poi, rimasto senza alcun freno e messosi allo sbaraglio, si diede a spendere e straviziare, fin che lo dovettero rinchiudere come pazzo.
Il figliuolo, voi lo vedete, sta ora compiendo questa opera di maledizione.
Io aprii il piano, non senza prima avere armeggiato un po’ di tempo nella serratura arrugginita.
Tra il leggìo e la tastiera, erano parecchi fogli di musica manoscritta, accartocciati e spiegazzati in più versi, come buttati là con mal garbo e schiacciati nel rinchiudere in fretta l’istrumento. Quei vecchi fogli, rivedendo la luce dopo tanto tempo, parve che mandassero un leggero fruscìo di allegrezza. Li acconciai e distesi sul leggio alla meglio. Era un duettino, nuovo per me, di Simone Mayer, musicato sovra una anacreontica del Vittorelli.
Mi venne voglia di passare il duetto e cominciai a ricercare la tastiera.... Il povero vecchio Erard aveva molto sofferto a restare tanto tempo serrato e inoperoso; a qualche tasto le corde non rispondevano affatto, le altre davano un suono incerto, frizzante e nasale. Ebbi la impressione di sonare un cembalo del secolo passato. Il duettino cominciava:
Non t’accostare all’urna
Che il cener mio rinserra;
Questa pietosa terra
È sacra al mio dolor.