Le due voci successivamente cantavano su questi versi un bell’andante patetico, poi s’intrecciavano con accordi e imitazioni nella strofa seguente:
Disprezzo i doni tuoi,
Ricuso i tuoi giacinti:
Che valgono agli estinti
Due lagrime, due fior?
Il duetto, ripeto, era nuovo per me, e mi piaceva e m’attraeva per la sua purezza melodica e la dotta semplicità della sua armonizzazione. Ci sentivo dentro la buona vena dell’autore della Saffo. Cominciai a cantarlo a voce spiegata, accompagnandomi e sforzando il vecchio istrumento a rendere tutte le sonorità che gli erano ancora rimaste nelle corde e nella cassa armonica. Cantando guardavo istintivamente il ritratto della contessa ridivenuto immobile, guardavo i suoi occhi grandi e mesti, voltati verso di me.... Mi pareva di risvegliare, per forza, delle voci di gente morta. A quando a quando sentivo dei brividi per la vita e avevo dell’incertezza nella voce.... Il duetto concludeva:
A che d’inutil pianto
Assordi la foresta?
Rispetta un’ombra mesta
E lasciala dormir!