Io non saprei dire quanto tempo abbia messo a decifrare e cantare quel pezzo di musica, nè mi curai di osservare l’effetto che il mio canto produceva nel signor Antonio, fermo in piedi alla mia destra. So che, mentre ripetevo l’ultima frase:

Rispetta un’ombra mesta....

che moriva flebile in un diminuendo, sentii che il signor Antonio mi toccò sulla spalla, reprimendo a mezzo una esclamazione di spavento. Alzai gli occhi di sopra il leggio, e sulla porta di faccia vidi la figura del conte, che guardava e ascoltava, immobile.

Confesso che ebbi paura. Mi alzai di soprassalto, ritirandomi di qualche passo indietro dal pianoforte; e anch’io mi misi a guardare il conte. Indossava una sopravvesta gialla, aveva la barba e i capelli piuttosto lunghi, ben pettinati, evidentemente ritinti. Entro tutto quel nero artificiale, spiccavano il pallore giallognolo della sua faccia smunta, con gli zigomi cascanti e gli occhi dilatati, in cui rutilavano due lagrime grosse....

Quando mi vide allontanato dal piano, si fece innanzi nel salotto, con quel passo incerto e sollevato a scatti, che è proprio dei malati alla spina dorsale.... Con un gran colpo energico richiuse il piano, schiacciando di nuovo insieme al leggìo i poveri fogli del duetto; si mise la chiavetta in tasca, e senza rivolgere a noi nè un’occhiata nè una parola, scomparve come un triste fantasma per la porta ond’era venuto; e che subito qualcheduno richiuse dietro di lui....

Noi due, senza metter tempo in mezzo, uscimmo dal salotto muti, circospetti e credo in punta di piedi.... Io per il primo, chè il signor Antonio rimase un poco indietro a chiudere le finestre e calare le tendine.

E dopo quel giorno non mi fece mai più parola di vendere il pianoforte della povera contessa.

COI SORDINI.

I.

Accadde ben presto quello che il vecchio Petronio aveva preveduto e temuto; e, caldo ancora del rabbuffo che aveva toccato dalla signora contessa, entrò nella stanza del giovinotto.