— Mio caro, non sono io stato indovino? Il vostro strumento mi tira addosso de’ guai. Scendo adesso dal quartiere della signora che m’ha parlato chiaro: o smettere di sonare o uscire subito da questa casa!...
Il giovine prima terminò la sua frase, posò l’arco attraverso il leggìo, posò il violino sulle sue ginocchia, poi guardò il vecchio portiere con un viso contrariato, come chi è distolto bruscamente da un pensiero piacevole:
— Uscire da questa casa, voi dite?... O dove volete ch’io vada? Aspetterete almeno, m’immagino, che arrivi la fine del mese. E intanto pretendereste voi altri ch’io non sonassi più? È impossibile!
E tolto l’arco e il violino, ricominciò la frase di prima, socchiudendo gli occhi per gustarla meglio. Il portiere allora si mise a girare per la stanza, a battere i piedi, a sbuffare, a bestemmiare. Il giovine si scosse:
— C’è bisogno di bestemmiare?... Certo non patirò che, per causa mia, voi andiate incontro a de’ guai; ma, d’altra parte, io ho bisogno di studiare; e non posso mica andare a sonar il violino nella Montagnola.... Vediamo di rimediare....
E alzatosi, trasse dal cassetto del tavolo un gingillo d’ebano che adattò alle corde dello strumento, inforcandolo e premendolo molto sul ponticello. Poi diede un’arcata lunga e vigorosa che, alla prima, fece al vecchio stendere in avanti tutte due le mani come per impedire che quel suono, così maledettamente vibrato, scappasse fuori dalla finestra e salisse in alto a suscitare nuovi sdegni. Invece, con sua meraviglia, il portiere non intese più uscire dallo strumento che un suono, o meglio, un gemitìo velato, ottuso, tenuissimo che moriva, dopo avere appena vissuto, nel breve spazio della cameretta.
— Va bene così? — chiese sorridendo il giovine dopo aver durato un poco a segare con l’archetto sulle corde. Il portiere, col viso d’uomo contento, senza dir parola ma facendo di gran segni d’assenso col capo, uscì dalla stanza e chiuse l’uscio.
Però il giovine fu preso da una grande melanconia. E rimase un pezzo fermo, la testa appoggiata sul leggìo, tenendo l’archetto e il violino con le braccia penzoloni. La sua mente usciva da quelle quattro pareti silenziose e saliva in alto. Ma adesso era sola e non l’accompagnava più un’onda di suoni che entravano per le grandi finestre e andavano a volteggiare lassù in quel quartiere signorile e misterioso, che egli non aveva mai visto, ma del quale tante volte aveva fantasticato....
Perchè bisogna sapere che in quel palazzone antico, taciturno e chiuso, in cui non si vedeva entrare che qualche vecchio e qualche prete; in quel palazzone, in cui fin le cameriere parlavano poco e a bassa voce e i servitori pareva che camminassero in punta di piedi, la contessa bigotta e settuagenaria viveva con una nipote che aveva appena toccati i sedici anni. Il padre e la madre di questa erano morti quand’era ancora bambina; e anch’essa, a vederla così pallida ed esile, così scema d’ogni vivacità e d’ogni calore di giovinezza, non dava molta speranza che potesse vivere lungamente. Che malattia aveva? Ogni settimana veniva in casa un medico celebre per la cura delle malattie nervose; ma parlava poco e vagamente del male; non scriveva quasi mai alcuna ricetta, fermandosi ad alcune prescrizioni igieniche, a qualche consiglio intorno al modo di vivere della giovinetta.
Il giovine s’era innamorato di lei. A spiegare il come, egli per primo sarebbe stato molto imbrogliato. Appena l’aveva vista qualche volta un momento, essendosi trovato, per caso, nell’androne del palazzo mentre la carrozza usciva. Aveva visti due occhi grandi e fissi, raggianti nel pallore del visino bianco e delicatamente profilato; e sopra quegli occhi e quel visino una massa di capelli biondi più che il frumento maturo, diffusi intorno al capo come un’aureola vaporosa. Nient’altro. E glie n’era rimasta nell’animo come una impronta di visione bella e triste, che gli dava, ripensandola, un misto di dolcezza e di accoramento.