E nella sua camera chiusa non si sentiva più solo. Quella fanciulla era vicina a lui, nel piano superiore, sopra il suo capo. La sentiva vivere con lui; gli pareva di respirare con essa. Andava agitando nel cervello dei sogni magnifici, strani, pietosi, inverosimili. S’immaginava d’essere predestinato ad una pia impresa di liberazione, come gli eroi delle leggende wagneriane; e quando la sua mente correva al premio, non sapeva immaginarlo altrimenti che vedendo sè inginocchiato dinanzi a quella sottile figura di bambina bionda, che si chinava sopra di lui e gli posava, leggero leggero, un bacio sulla fronte....

Quando prendeva il violino e stava delle lunghe ore dinanzi al leggìo, il suo sonare da prima era come un balbettìo musicale incerto e timido; poi era una prova meno imperfetta, a periodi più lunghi e con qualche ripresa nei passi più importanti, a fine d’impadronirsene per bene. Da ultimo, sicuro del fatto suo, il giovane violinista riattaccava ed eseguiva di seguito il suo pezzo intiero con tutta quanta la forza e la maestria di cui aveva saputo rendersi capace. E allora, mentre gli occhi parevano intenti alla pagina, l’anima sua saliva coi suoni, andava su al piano nobile, in cerca di lei, la trovava e si compiaceva ad avvolgerla devotamente come in una nube di suoni.... Dopo quelle peregrinazioni fantastiche, il giovine si raccoglieva in sè stesso stanco e soddisfatto e con una vaga persuasione che quel suo messaggio musicale non era andato sperso nel vuoto; era arrivato a lei ed era stato bene accolto.


Donde poteva venirgli quella persuasione?

Qualche volta, dopo avere suonato, si metteva alla finestra che dava nel grande cortile interno del palazzo. Era un bellissimo cortile fabbricato parecchio tempo dopo la facciata del vecchio edifizio, nei primi anni del secolo decimosesto. Al di sopra del vasto portico marmoreo si lanciava una galleria ariosa, allegra e come superba delle sue svelte colonne d’ordine corinzio; e sopra la galleria girava un fregio di lavoro così fine ed elegante, che la tradizione volle attribuirlo a Francesco Francia, l’orefice. Il giovine guardava lungamente d’intorno e in alto. Pareva un curioso che aspettasse, e il cuore gli batteva forte; tanto forte che qualche volta se lo sentiva come salire in fretta palpitando verso la gola.... Ma il cortile era sempre solenne e silenzioso, la galleria sempre allegra e vuota, e il bel fregio del Francia pioveva dall’alto un sentimento di bellezza pura e fredda. Del resto non un volto o una voce o un altro segno qualunque. Il giovine si ritraeva dalla finestra col viso triste; ma nell’intimo suo non rimaneva a lungo senza conforto perchè pensava che i suoni del suo strumento erano saliti in alto; e un animo gli diceva che essa li aveva ascoltati.

E riprendeva coraggio e sonava ancora.

Ma d’ora innanzi non più! Quei pesanti sordini rendevano il suo violino poco meno che muto; ed egli lo guardava con aria scorata; come se fosse diventato un arnese inutile fra le sue mani.

Quando svogliatamente si rimise a sonare, da prima gli pareva d’essere come in uno di quei sogni, allorchè noi con la volontà e con le membra ci sforziamo a fare una cosa e l’effetto non corrisponde. Ma, continuando attentissimo nel lavoro dell’arco, a poco a poco i sensi del violinista si acconciarono ad una curiosa metamorfosi. Quelle note esili e lamentose, le quali in principio pareva che uscissero a stento, e un momento appena, fuor delle corde mortificate dal peso dei sordini, ecco che ora non solo si ripetevano nel suo cervello, ma vi si completavano riguadagnando a grado a grado la sonorità, il timbro, l’espansione di prima. Il giovine si riebbe dal suo avvilimento e si sentì invadere da una letizia profonda.... Così dunque egli le riaveva tutte ad una ad una le sue note, le belle e potenti note del suo violino, che aveva piante quasi per morte! Ora esse echeggiavano novellamente nella sensibilità del suo apparecchio acustico, e poteva vibrarle a suo piacimento ingrossandole, assottigliandole, stemperandole per tutte le sfumature del colorito musicale, atteggiandole a tutte le intenzioni, a tutte le carezze e a tutti i capricci del suo gusto d’esecutore!

E la sua mente riprese subito con gioia l’usato costume di tradurre la musica in un linguaggio d’amore rivolto alla bionda creatura del piano nobile. Il suo linguaggio divenne anzi, in quella seconda prova, più inteso e più ardente. Le note e le frasi vaporavano come una sottile colonna d’incenso dall’anima sua; forse erano la sua stessa anima, che si dissolveva in esse e saliva.

Talvolta il giovane a un tratto interrompeva il suono e rimaneva alcun tempo con la testa voltata in su verso il soffitto, ascoltando, aspettando....