Un giorno, verso l’imbrunire, stava ripassando una riduzione per violino della settima sinfonia di Beethoven. Terminato l’andante e lo scherzo egli incominciava l’adagio. Arrivato circa a due terzi di quella pagina musicale così potente di passione, il giovine marcava lentamente con l’arco del violino i quarti di una battuta d’aspetto, quando, d’improvviso, si trovò ritto in piedi, con una mano alla fronte, con tutta la persona in un atteggiamento di ascoltazione attentissima. Che era accaduto?... Nel silenzio del palazzo, si sentiva, sommessa per la lontananza, la voce di un pianoforte, che eseguiva anch’esso l’adagio della settima sinfonia. Il giovane corse a spalancare la finestra e sentì che la voce del pianoforte gli arrivava anche più distinta. Veniva dal piano superiore e si spandeva pel cortile deserto. Giunta alla battuta d’aspetto, la voce si tacque. Allora il violinista si rimise al leggìo ed eseguì, con mano tremante tutto l’adagio fino in fondo;... e il pianoforte non tardò a seguirlo, terminando, con precisa misura, una battuta dopo di lui!
Il giovine era indicibilmente commosso; ma non aveva l’aria d’essere molto sorpreso.
II.
La miracolosa corrispondenza dei suoni continuò. Per la gente che abitava il palazzo, e che, in causa dei sordini, non udiva altro suono che quello del pianoforte, il fatto fu accolto come un buon segnale della migliorata salute della fanciulla. Per il giovine parve l’ultimo termine de’ suoi desiderii e non cercava altro. Si chiudeva nella sua stanza e vi rimaneva tutto il tempo che avea disponibile, sonando Beethoven e aspettando la risposta. Questa gli veniva quasi sempre verso sera, e consisteva in uno dei pezzi eseguiti dal violinista lungo la giornata; il pezzo che a lui era parso più bello degli altri e in cui egli aveva messo, forse, più sentimento di adorazione e più forza di desiderio.
E la relazione dei due giovani rimase là. In tutto il rimanente la stessa separazione assoluta. Non un biglietto nè un cenno nè un saluto; mai nulla.
D’altra parte il violinista avea bisogno, per vivere, d’esercitare la sua professione. Andava per le case a dar qualche misera lezione, e sonava nelle chiese.
Quando giunse l’autunno, fu scritturato nell’orchestra del Comunale. Soltanto due volte vide la fanciulla nel suo palco di famiglia, in second’ordine; sempre col visino pallido e l’aria sofferente e malinconiosa. Mostrava di non accorgersi quasi affatto delle persone che venivano in palco e d’essere attentissima alla musica. Tutte due le volte, a mezzo della serata, i suoi occhi, un momento, si volsero all’orchestra e fissarono il giovine violinista che tremò nella sua sedia sotto quello sguardo. Poi si ritrassero lentamente, dolcemente, con una espressione di rinuncia rassegnata e triste.... Al domani, il messaggio d’amore del violino fu più lungo; e la risposta parve al giovine più appassionata.
Verso la metà di carnevale il violinista accettò di essere direttore d’una piccola orchestra per due balli che la marchesa X*** avrebbe dati, invitando specialmente le amiche di sua figlia, uscita di poco dal collegio.
Abbisognava un vestito nero, ma egli, poveretto, non lo aveva! Allora mise in mezzo il vecchio portiere, il quale la sera del primo ballo, gli portò in camera un vestito completo “da società„ comprato con poche lire. Il frack era troppo lungo per la statura del giovine, ma il vestito, nel suo insieme, poteva passare. Egli si annodò con cura la cravatta bianca, prese sotto il braccio il suo violino chiuso nella busta, e andò.