Gyms era un giovanotto di media statura, di membra gagliarde, coi capelli biondi e sempre studiosamente pettinati, il viso freddo e gentile. Godeva già d’un bel nome nelle scuderie italiane; era stimato e temuto da tutto il personale di servizio come il padrone e forse più. Anche Luisa sentiva verso di lui una certa deferenza; ed era l’unica persona della famiglia con cui trattasse da pari a pari.

Quand’egli era fuori di casa, essa qualche volta entrava nella sua stanza e notava volentieri che non era ricca di mobili ed elegante come quella del padrone, ma pulita e propria, all’incirca, come quella dei forestieri. Sopra il capezzale ammirava una bella fotografia: il ritratto della madre di Gyms, che aveva tutta l’aria d’una vera signora inglese. Sul tavolino accanto al letto, stavano due grossi volumi rilegati in pelle scura e filetti d’oro. Erano il Paradiso perduto e la Bibbia. Luisa non capiva naturalmente una parola d’inglese, ma si fermava qualche volta a sfogliare i volumi e a guardare le incisioni. E intanto con la mente giovanile fantasticava....

III.

Nemmeno la scuderia le era indifferente. Anzi, a forza di sentirne discorrere, aveva cominciato ad amare, a modo suo, lo sport con le sue funzioni e attribuzioni. All’epoca delle corse attendeva con qualche ansietà; e gli annunzi delle vittorie le davano tanta allegrezza, che quella del padrone era diversa ma non maggiore.

Un giorno verso il tramonto, affidata la cura del desinare alla vecchia, era entrata nella scuderia dei puledri; a fare una visita, diceva essa, ai suoi signorini. Nella stalla non trovò alcuno. Il vasto locale era quasi buio e il silenzio profondo, solo interrotto ogni tanto da qualche brusco movimento o scalpitìo dei giovani animali. Luisa cominciò a passare lentamente dinanzi ai boxes, chiamando ogni puledro per il suo nome. Quando giunse dinanzi al suo puledro prediletto, questo, ricordandosi certo dei pezzetti di pane e di zuccaro avuti in regalo, guizzò le orecchie, nitrì allegramente e sporse il collo sopra il cancello. Allora Luisa si mise a lisciarlo con la palma della mano, dandogli dei nomi gentili come ad un bambino; e nel passare la mano su quel collo così liscio, morbido e caldo, e nell’adoperare quelle parole tenere e vezzeggianti, la giovane donna si sentiva invasa a poco a poco da un senso di intima e nuova tenerezza indicibile, nella quale s’insinuavano forse di nascosto il presentimento dolce e il desiderio della maternità....

All’improvviso la donna mandò un grido. La sua mano si era incontrata con un’altra mano piuttosto grossa e callosa, che insieme con la sua lisciava il collo del puledro.... Si voltò e conobbe nella oscurità Gyms, fermo in faccia a lei. — Che fate voi qui? — gli gridò la Luisa, colta da un subito istinto di diffidenza. Il trainer per abitudine parlava pochissimo; quel giorno poi si sarebbe detto che aveva fatto sacramento d’essere muto.... Non ci furono quindi più parole fra i due; ma nell’ombra confusa le due figure s’agitarono in una fiera lotta, che per il maschio non dovette essere troppo fortunata, perchè, dopo alcuni minuti secondi, si sentì il picchio sonoro di un corpo fortemente sbattuto contro l’assito del box.... E la Luisa, lesta come una gatta, in due salti si trovò fuori dell’uscio della stalla.

Guardò intorno se vedeva alcuno; si rassettò con le mani i capelli alquanto scomposti e mosse verso la cucina, in apparenza tranquilla, ma con gli occhi che parevano più incassati del solito. Giunta sull’uscio, mormorò fra i denti:

— Cane d’un inglese! Bisognerà dunque che io tratti anche te come tutti gli altri....


Passò del tempo. Una mattina verso le nove, la Luisa, sentendo del tramestìo intorno a casa, guardò dalla finestra e vide due stallieri che venivano dalle praterie, portando sulle braccia Gyms con la testa fasciata. L’animoso giovane, volendo portare per forza un cavallo a superare l’ostacolo, aveva, come dicono nel gergo, fatto panache ed era piombato a capofitto sul duro terreno. Il cavallo, anch’esso malconcio, lo seguiva lentamente zoppicando, condotto a mano.