Rientrammo in Roma a notte; e per via Venti Settembre gli domandai se la Gerolomina avanzava nello studio. Anche quella era un testo gradito per Luciano. Quella bimba doveva essere la sua migliore opera, diceva talvolta. E come si compiaceva a riprovare con essa sul vivo, diceva egli, le sue idee sulla educazione dell’arte! — Ti mostrerò presto alcuni suoi disegni; e ti persuaderai che per tornare allo schietto e al semplice non c’è bisogno della metafisica degli esteti e della falsariga dei prerafaellisti....
E prima di separarsi da me fece un gran gesto con cui pareva che volesse abbracciare il mondo:
— Bisogna tornare alla vita, mio caro! La vita, la vita come la sentiva Leonardo! — Poi lo vidi voltare per via Nazionale mandandosi con una mano nella nuca il largo cappello, come soleva quando era di umor lieto.
Tornato dopo qualche tempo a Roma, io domandai subito di Luciano e del suo lavoro; e nessuno seppe dirmene più che tanto. Parlavasi che da un paio di mesi egli s’era finalmente deciso ad alzare il suo ponte a Santa Maria della Vittoria, e che stava chiuso tutta la giornata lassù, impenetrabile perfino, dicevano, al principe romano committente dell’affresco. Difficile poi trovarlo di sera perchè non aveva osteria fissa per il pranzo. Si vedeva ora qua ora là, taciturno, con l’aria del viso più lunatica che mai, visibilmente disposto a evitare compagnia. Spesso era con lui la solita ragazzetta, che gli portava dietro dei gran rotoli di carta e degli album, e stava a guardarlo silenziosa mentr’egli mangiava. Prima delle nove rincasava sempre, come per il passato.
II.
Quando, un anno dopo, entrai nella stanza di Luciano infermo, oltre il suo aspetto assai miseramente mutato, due cose mi fermarono subito: Gerolomina seduta accanto al letto, sempre col suo visino di bimba malaticcia, immutata: e sulla parete, a destra dell’infermo, una fotografia Alinari piuttosto grande della Santa Teresa di Bernini. La bimba aveva un libro in mano e al mio giungere sospese la lettura.
La madre di Luciano mi aveva fatto entrare senza annunziarmi, tranne all’atto stesso d’aprire l’uscio, trattandomi con la confidenza di un vecchio compagno di scuola di suo figlio. Benchè mi avesse scritto d’andare a trovarlo, parvemi che la mia entrata improvvisa lo turbasse un poco.
Si levò a sedere sul letto e mi chiese: — Che tempo porti? — Avendogli detto che fuori faceva una pessima serata del nostro inverno settentrionale, si lasciò andare sotto le coperte brontolando: — L’ho sentito nelle ossa fin da stamane.... Oh che brutta idea è stata quella di farmi venire quaggiù! A Roma ora fa certo un tempo magnifico....
Intanto Gerolomina si era alzata e, posato il libro su la sedia, era uscita dalla stanza senza far rumore, come una piccola ombra.
Allora Luciano mi disse: — T’ho fatto chiamare perchè ho proprio bisogno di parlarti:... Hai visto? (E accennò col capo e con gli occhi la fotografia sulla parete). Già mi sono accorto che, appena entrato, vi hai fermato su lo sguardo.... Avresti mai pensato, quella sera che pranzammo fuori di Porta Pia, che essa mi avrebbe seguito fin qui? Oh!...