FRA GINEPRO.

Da un’ora s’era fatto buio e il silenzio nella strada era quasi completo. L’aria fredda, la notte stellata e senza luna. Avevo lasciato dietro di me un gruppo di case con tutti gli usci chiusi; qua e là alcune finestre soltanto avevo viste illuminate.

Adesso la strada provinciale andava per un lungo tratto senza passare davanti nè a case nè a ville.

Io comminavo di molto buon passo perchè in un’ora circa volevo essere a casa, ove i miei m’aspettavano per la cena di Natale. Un’ora di cammino a piedi, di notte, solo.... Dentro di me, da principio, quasi impercettibile, ma poi via via sempre più avvertita, cresceva una inquietudine malinconica e sospettosa. Davo delle rapide occhiate dinanzi a me, alla strada deserta, alle siepi, agli alberi, ai neri colli lontani sulla mia destra, alla pianura anche più nera, che s’affondava e spariva sulla mia sinistra. E se avessi avuto ancora qualche dubbio su quello che m’accadeva, sarebbe bastato a dissiparlo il grande sollievo che provai quando m’accorsi che stava per raggiungermi un carro; e sentii dietro di me, ancora lontane, le sonagliere dei cavalli. Era una di quelle pesanti e lunghe mambrucche dalle ruote altissime colle quali i montanari dell’Appennino bolognese scendono ancora in città per la via di Loiano, con carbone o altro. Il carro ritornava in su vuoto; il montanaro, lungo disteso sul carro e chiuso nel suo gabbano, pareva addormentato. Ma i cavalli robusti andavano quasi di trotto e mi fu impossibile camminare al pari con essi, come ne avrei avuto la voglia.... Dopo dieci minuti sentivo appena nell’aria cheta i campanelli delle sonagliere; poi più nulla; e questo mi dispiaceva; e questo aumentava il mio malumore.... Insomma, come un Renzo Tramaglino qualunque, avevo paura, e non dei ladri.

Io!... Io che studiavo il quarto anno di medicina e chirurgia nella regia università; io che avevo letto da poco, nella traduzione di Luigi Stefanoni, Forza e Materia del Buchner, e ne ero rimasto bravamente persuaso.... Come avrebbero riso di me i miei compagni!... E il professor Concato?... E il professor Ercolani?... Tant’è!...

Il fatto veramente non mi accadeva per la prima volta. Quelle tre miglia di strada, così bella e allegra, che io avevo l’abitudine di fare in pieno giorno senza un pensiero al mondo, di notte invece con le ombre, con la solitudine e il silenzio assumevano tutt’altra sembianza e mi producevano un effetto tutto diverso.

A ogni pezzo di strada incontravo luoghi di cattiva fama, luoghi paurosi per leggende soprannaturali e ricordi di tristi fatti. Ed erano racconti che avevo udito narrare più volte quand’ero ragazzo. — In quella cappelletta solitaria e sempre chiusa, fra un gruppo di vecchie acacie, che è a sinistra della strada a un chilometro da Bologna, in certe notti dell’anno, si vede subitamente la finestra illuminata, e di dentro si sente borbottare un prete che dice la messa.... Più oltre, allo sbocco del vicolo che mette per la più corta a Monte Donato, nel principio di questo secolo fu ucciso un giovane signore che veniva, a notte inoltrata, da un colloquio amoroso in una delle ville vicine. L’ombra dell’assassinato s’era mostrata più volte a qualche viandante attardato e solo.... Sulle basse spallette, che riparano la via dal canale presso al Mulino Grande, molti giurano che in certe notti si vede una vecchia tutta vestita di nero che fila in silenzio. Essa lascia passare il viandante senza nemmeno guardarlo: ma quando è passato lo chiama per il suo nome di battesimo con un suono di voce che fa rabbrividire. Una notte un barrocciaio, di quelli che vanno a caricare i sassi e la rena nella Savena, con gran coraggio aveva voluto accostarsi e interrogarla; ma era stato raccolto la mattina dopo nel fosso, svenuto e coi capelli incanutiti. E ogni volta che lo interrogavano su quell’accidente, si faceva il segno della croce; e non c’era verso di cavargli una parola di bocca....


Strano! Questi racconti da bimbi e da donnicciole io li conoscevo da un pezzo, fin da ragazzo, e in quella notte non ci credevo certo più che non ci avessi creduto prima. — O dunque? Come spiegarmi quella dubbiezza che mi faceva guardare dinanzi a me, quell’ansietà che mi stimolava ad affrettare i passi, nel tempo stesso che una trepidazione invincibile pareva che mi avviluppasse le gambe?... In certi momenti mi sembrava che il mio io si dividesse in due; e che una metà, sana, tranquilla e incredula, gettasse sull’altra metà agitata e titubante uno sguardo pieno di compassionante rimprovero e di sprezzo. Ma con tutto questo, il mio malessere non diminuiva!

— Questione d’atavismo! — dicevo fra me. — Certamente, questione d’atavismo!... Io sono il risultato fisio-psichico di una lunga generazione di gente che, più o meno, ha creduto a queste cose; ed è sceso in un col sangue e si è annicchiato nel mio essere allo stato d’istinto cieco quello che ne’ miei antecessori era credulità vera e consciente. Ecco perchè adesso io provo, mio malgrado, quello che Victor Hugo chiama: “l’aspettazione dell’impossibile„.