Allora mi diedi a seguire con cura il filo di queste idee; e facevo ogni sforzo d’attaccare la mia mente a quel filo perchè l’aiutasse ad andare lontano, lontano, lontano.... Cominciai col pensare a un trattato di fisiologia pubblicato di recente; poi agli altri miei studii di materia medica.... Male, per bacco!... Proprio la mattina stessa aveva lavorato attorno al cadavere di una donna di circa trent’anni morta di tubercolosi.... Ritirai con un brivido la mia mente da quella sala, da quel tavolo di marmo, da quel povero corpo consunto dalla tisi, inciso e squarciato dal mio bisturi.... Allora guardai in su al cielo stellato, cercai la chioma di Berenice, Orione, Marte; e mi fermai collo sguardo sul Carro dell’Orsa, lucidissimo.... Poi cominciai a canterellare un motivo delle Campane di Corneville, raccogliendo intanto tutte le forze della mia volontà per concentrare la mente in un pensiero che non fosse quello della donna anatomizzata. E vi riuscii senza sforzo.... Ma perchè v’ero io riuscito a quel modo?... Ahimè, la mia paura aveva fatto nè più nè meno di quell’importuno, che dopo avervi seccato per un’ora camminando, per esempio, alla vostra dritta, a un tratto si stacca da voi; ma non avete ancora avuto il tempo di mandare un sospiro di sollievo, che eccovelo alla vostra sinistra più vicino e più seccatore di prima.

Infatti mentre che i miei pensieri si inseguivano e si accavallavano nel modo che ho detto, io ero venuto oltrepassando uno dopo l’altro parecchi dei luoghi dinanzi ai quali la paura m’abitava i suoi fantasimi pazzi. Ma adesso si avvicinava il più famoso e il più terribile di tutti; la Croce di Camaldoli!


Domandate alla gente, per molte miglia intorno, notizie della Croce di Camaldoli e sentirete. Materialmente parlando, non si tratta che di un vecchio pilastro, sormontato da una gran croce di ferro; e sorge sulla strada maestra, allo svolto di una via che, un tempo, conduceva a un convento di Camaldolesi, edificato sulla collina. Il convento, sullo scorcio del secolo passato, venne prima soppresso, poi demolito affatto, e adesso nel suo luogo hanno costrutto un terrapieno militare. Ma il vecchio pilastro e la gran croce nera sono rimasti. Ed è là che si vede di notte e si sente un frate sedente col capo chino dentro il suo cappuccio, che recita il rosario a bassa voce.... In questo punto poi, il dubbio non è permesso. Troppe persone hanno veduto, passando, questo frate notturno, e attestano con giuramenti la verità di quello che dicono.

Io m’avvicinavo dunque alla Croce di Camaldoli. Bisogna anche dire che il luogo ha, di notte, una brutta fisonomia. La strada in quel punto fa una curva e si abbassa. Cinque o sei vecchie quercie, avanzo di un bosco antico, nereggiano là vicino gigantesche; la collina a mano manca, più ripida che altrove, pare che incomba sulla strada con un piglio sinistro. Guardando intorno nel ristretto orizzonte non si arriva a vedere indizio d’abitazione umana....

Io andavo preoccupato e sollecito con la testa in avanti e gli occhi incerti. Mi ricordo che da un pezzetto s’era levato un vento freddo e tagliente. Sentivo rumoreggiare da lontano i rami delle alte quercie; e vicino a me tutti i virgulti del fosso e tutti i ramoscelli della siepe stormivano con un suono acuto e continuato, che mi dava la sensazione di un lungo unisono di violini scordati, stridenti e sibilanti sulla quarta corda. Il cuore mi batteva forte contro le costole.... Quando fui a pochissimi passi dal pilastro e dalla croce, vi fissai bene gli occhi, con la speranza di vedere libero e vuoto il gradino del piedestallo.... Invece.... Angeli e ministri di grazia!... C’era il frate!

Ebbi un momento l’idea di dare indietro; ma io era ormai troppo vicino. E poi, con la stessa sincerità con cui ho raccontato le mie miserabili paure, dirò che in quel momento e a quella vista, non so per quale reazione, sentii salirmi al capo un fiotto di sangue caldo, che mi infuse coraggio. Mettiamo che fosse il coraggio della disperazione.... Mi mossi, mi slanciai anzi verso il nero frate sedente, e stavo per mandargli un grido, quando intesi una voce:

— Buona sera, dottore. Sei tu?... Buonasera, dottorone!...

Sentire la voce e riconoscere l’individuo fu un punto. Era fra Ginepro: un giovane e giovial frate torzone, conosciutissimo in tutti i dintorni dai contadini e dai villeggianti, presso i quali spesso veniva a questuare. Tutti gli facevano allegra accoglienza, credo più per il suo buon umore che per le sue giaculatorie.

Chi sa che faccia aveva! Ma fra Ginepro non diè segno di accorgersi di nulla. — Che fai tu qui a sedere? — gli chiesi io con molta stizza nella voce. Fra Ginepro, senza muoversi, mi guardò di sotto in su con un risolino arguto e due occhietti lustri: