La Contessa sarebbe dunque rimasta sola nel castello. A esporre la sua delicata giovinezza ai disagi e ai pericoli del lungo viaggio in quella cruda invernata e per quelle vie mal sicure, nemmeno si poteva pensare.

Il Conte andava corrugando le sopracciglia nere e si metteva spesso una mano nei capelli grigi, perchè un sinistro pensiero gli passava per la mente....

Ma il giorno innanzi la partenza tenne un lungo e segreto colloquio con la sua zia, valida e fiera vecchia ne’ suoi ottant’anni; poi fece schierare nella gran sala, al cospetto d’entrambi, tutta la gente del castello. Alla gente egli rivolse discorso breve, ma con quell’accento di comando insieme e di minaccia, al quale non si era mai osato resistere neppure con un moto dell’animo: — Ogni potere, durante la sua assenza, passava nella vecchia contessa. Legge assoluta per tutti, dal più alto al più umile abitatore della Rocca, la sua sovrana volontà; e guai all’autore della più piccola trasgressione!

L’indomani il conte partì. Gli addii della giovane sposa furono affettuosi, ma senza lagrime.


E come avrebbe potuto piangere la Contessa alla partenza del marito?... Troppo ora la empiva tutta di sè e la signoreggiava un altro sentimento! L’amore, negato a lei giovinetta nel freddo isolamento della vita claustrale; l’amore, desiderio vago e timida speranza, che, appena intravvisto, le era stato duramente vietato, quando la famiglia, toltala dall’antico e nobilissimo convento della Sambuca, l’aveva subito messa tra le braccia del Conte, che poteva essere suo padre!

Invece il giovane conte degli Alidosi aveva quattro anni meno di lei e non era che suo lontano parente da parte del marito. Quando, pei rovesci di quella potente casata, il padre fu costretto a mandarlo al castello dell’amico perchè vi crescesse sicuro e vi fosse educato da cavaliere, Oliverotto degli Alidosi era poco più che un ragazzo malfermo in salute, timido e come spaurito della vita che s’era aperta dinanzi a lui in mezzo a dolori e terrori di tragedie domestiche. Parlava di rado e male. Solo qualche volta, dai suoi occhi nerissimi pareva che lampeggiasse intensa la vitalità della fiera schiatta da cui era nato.

La dolce castellana raccolse da prima su quel taciturno fanciullo le cure e gli affetti della maternità, che altrimenti non le era stato concesso d’espandere. Ed ebbe la gioia di veder fiorire la sua salute, e le sue membra fortificarsi, e da quella triste puerizia uscire rapidamente una giovinezza animosa e leggiadra.


Una volta, tornando insieme al Conte da una caccia sull’Appennino pistoiese che li aveva tenuti fuori parecchi giorni, Oliverotto, vista la bella Contessa che li aspettava nell’angusto cortile del castello, gittò l’arme a un servo, corse a lei e la baciò; poi rimase lì interdetto e turbato vedendo che la bella dama arrossiva, e sentendosi anch’egli salire al volto un gran calore come di vampata improvvisa.... Cominciarono fino d’allora per il Conte i corrugamenti delle ciglia e quel gesto di portare la mano ai capelli, mentre la sua mente, più sovente che non avesse voluto, pensava insieme alla Contessa e al giovane ospite....