Ma l’amore non istette per questo; e fece occultamente la sua strada, senza che i due avessero modo d’avvertirlo e di schermirsi. Essi s’amavano già di passione e non lo sapevano: e quando lo seppero, s’amarono con più violento abbandono, obliando, calpestando, sfidando ogni ritegno ed ogni ostacolo.
Ed erano appena alle prime dolcezze, quando arrivarono gli ordini improvvisi, che fecero partire il Conte per Roma.
Cominciò allora per i due innamorati una vita di supplizio indicibile.
In tutta la rocca e nei dintorni prese subito a dominare con volontà minuziosa e temuta la vecchia zia del Conte; la quale, sia che agisse per gli ordini avuti, sia che si compiacesse ad attuare un suo proprio disegno, circondò ed afflisse i due giovani di vigilanze così severe e continue, che ogni più viva e gelosa immaginazione ne sarebbe rimasta superata. La vecchia pareva ritornata indietro di vent’anni. Non era più nè impedita nell’andare nè miope nè sorda. Si trovava sempre in ogni luogo dove la sua ingegnosa sorveglianza la richiedesse; e dormiva con un occhio solo, se pure è vero ch’ella dormisse, là in quel suo lettuccio che s’era fatto portare vicino all’uscio della stanza da letto della Contessa. Con questa poi adoperava ogni gentilezza più compita e col giovine Oliverotto anche; ma nelle ventiquattro ore del giorno, mai un minuto secondo nel quale i due potessero trovarsi soli a scambiarsi una parola, a stringersi la mano di furto!...
Tormento siracusano. E tanto più atroce perchè i due innamorati, in udire della prossima partenza del conte, s’erano naturalmente lasciati andare ad ogni sorta d’immaginazioni dilettose. Quella inattesa contrarietà pareva dunque a loro una durezza ingiusta del destino a cui si rivoltavano, egli con le imprecazioni ed essa con le lagrime. Vane le lagrime e vane le imprecazioni! La vecchia era sempre al suo posto, e tutti nella rocca con una esattezza implacabile eseguivano, fin quasi a sorpassarlo, il suo comandamento.
Sulle prime, Oliverotto non si diede per vinto e cercò di rompere qualche maglia a quella perfida e fitta rete di sorveglianze e di spionaggi che d’ogni parte li involgeva; ma ogni suo tentativo, per audace o astuto che fosse, riuscì inutile.
Una notte, guardando alla finestra della Contessa, credè di accorgersi che non gli facevano la solita guardia. Scese nel fossato della Rocca, esplorò bene intorno. Nessuno. Alzò gli occhi alla finestra della stanza ove essa dormiva, e vide splendervi il lume. Allora si sentì tutto invadere dalla brama di salire in qualunque modo fino a quella finestra, chiamare la sua donna, parlarle delle sue pene e veder di cogliere attraverso la inferriata un suo bacio.... Sì, uno, cento baci per calmare un poco la sete d’amore che dentro lo tormentava!
Immaginava il giovane che la forza del volere e il desiderio ardentissimo gli avrebbero conferita la facilità rampicante d’uno scoiattolo; ma invece il salire non fu senza grandi ostacoli e dolori.... Saliva adagio adagio, adoprando ogni punta di sasso ed ogni crepaccio del vecchio muraglione; talvolta era costretto a fermarsi a lungo, talvolta a ridiscendere e studiare altra combinazione di cavità e di sporgenze. Più d’una lucertola, sentendo le dita che il giovane ficcava fra le pietre, usciva spaventata strisciandogli fra la faccia e il muro; e una nottola, turbata anch’essa nel suo nascondiglio, gli volava dintorno silenziosa e lugubre. Di man in mano che s’appressimava al termine desiderato, crescevano gli ostacoli, l’incertezza, la smania disperata. Aveva le mani e i piedi sanguinanti e tutto il corpo gli grondava di sudore freddo.... Finalmente potè abbrancare una sbarra dell’inferriata e, fatto un ultimo sforzo, arrivò a tirarsi su di mezza persona contro la finestra. Gittò innanzi lo sguardo e stava per sussurrare il nome della cara donna, quando s’accorse d’avere innanzi a sè, ritta, appoggiata al davanzale della finestra, la vecchia contessa, che lo guardava senza muoversi, con occhi severi....
Poco mancò che Oliverotto non cascasse all’indietro nel fossato della Rocca.