Unico conforto non conteso ai due innamorati era dunque il vedersi e il parlarsi in presenza d’altri; e in quello essi condensavano tutte le sollecitudini e cercavano d’acquetare o contenere alla meglio tutti i desiderii.

Passavano così le giornate lente, uniformi, uggiose. Oliverotto e la Contessa ogni dì stavano lunghe ore seduti uno in faccia all’altro, essa fingendo d’istoriare coll’ago i pietosi fatti di Bradamante, egli fingendo di leggere qualche trattato dell’arte della guerra o qualche libro di cavalleria. La vecchia contessa e alcun altro fidato della casa non mancavano mai di esser presenti.

I due si parlavano di rado. Invece si guardavano lungamente, intensamente, deliziandosi e tormentandosi insieme con un linguaggio muto e infaticabile. E gli occhi neri d’Oliverotto pareva che, supplicando, chiedessero: — fino a quando? — E gli occhi azzurri della Contessa non sapeano che rispondere, chiedendo anche essi: — fino a quando? — Le quattro ardenti pupille, stanche e non mai sazie di quella amorosa e intensa contemplazione, di tanto in tanto tremavano, si inumidivano, pareva che si stemperassero chetamente in bagliori languidi e tristi.... Nelle serate lunghe, dirimpetto al focolare gigantesco, mentre sugli alari bruciavano i vecchi faggi di Monte Venere e si udiva fuori lamentarsi il vento dell’Appennino, Oliverotto leggeva alla contessa qualche scena del Pastor fido:

Ben è soave cosa

Quel bacio che si prende

Da una vermiglia e delicata rosa

Di bella guancia; e pur, ch’il vero intende,

Come intendete voi

Avventurosi amanti che il provate,