Ed ecco come andò.
Io nemmeno sapevo che quella fosse la festa dell’Ascensione. Avevo pranzato solo e di buona ora all’Albergo Milano. Come passare meno male il tempo in quel lungo dopo pranzo? A Roma, in casi simili, io ho sempre la risposta pronta. Salgo in una botte e mi faccio condurre a San Pietro. Ho per quella grande piazza elittica una specie di passione strana che alimenta in me una bramosia inesauribile di rivederla. Il getto superbo di quelle due fontane illuminate dal sole, pare ogni volta che mi slarghi il petto e mi faccia ballare il cuore di gioia, mentre l’immane colonnato curvilineo, serrandomi a destra e a sinistra l’orizzonte, e tutte quelle statue poggianti ritte sopra l’attico e in atto di osservarmi severe, par che mi avvisino che io sono entrato in un vecchio mondo misterioso e magnifico. Anche per l’insieme della basilica vaticana io ho sempre avuta una forte ammirazione, e la sento dentro aumentare e ingigantire di mano in mano che mi si raffreddano i romantici entusiasmi per certe architetture gotiche.... So che anche voi, mia cara, mi condannate per questo; ed io chino il capo rassegnato, aspettando che il tempo mi renda giustizia. Lento ma ottimo giustiziere il tempo, non è vero?... Voi lo sapete per prova.
Arrivai dunque in piazza San Pietro un’ora circa prima del tramonto del sole. Cominciavano le grandi ombre a stendersi dalle moli colossali. Delle due fontane quella ch’io vedevo, arrivando, alla mia sinistra, pareva tutta raccolta e tranquilla nella calma dell’ombra vespertina; ma l’altra, dardeggiata obliquamente dal sole, era tutta una letizia di raggi e di zampilli e di nebbia luminosa e cangiante, diffusa all’intorno per largo tratto. Un gruppo di signori forestieri, uomini e donne, stava fermo ad ammirarla; e parevano tutti contenti d’essere inaffiati da quella rugiada.
Credevo, come al solito, di trovare la grande chiesa, a quell’ora, deserta; ma m’ingannai.
La festa dell’Ascensione aveva chiamata là molta gente: forestieri delle provincie, romani de Roma, inglesi, suore, trasteverini, minenti, frati, preti, pifferari; la turba mista e bizzarra che San Pietro accoglie in alcuni giorni dell’anno e che inutilmente cerchereste altrove. Le centinaia e le migliaia che si sparpagliano, povero formicaio umano, sotto le navate enormi e si perdono, come ombre, dietro i piloni smisurati, non facendo nemmeno sentire il fruscìo dei loro piedi.
Mentre spingevo il pesante tendone della porta, m’arrivò subito una modulazione musicale. Era un istrumento? Era voce umana? Così alla prima non potei capire. Era un suono di timbro e d’acutezza insolita, esilissimo, eppure vibrante per quella vastità in modo che pareva tutta riempirla. Fatti alcuni passi nella basilica, sentii distintamente la frase di un versetto biblico arrivarmi colle note all’orecchio. Era dunque canto umano senza dubbio.
E quale canto, signora! Immaginate una voce che fonda insieme la dolcezza del flauto e l’animata soavità della laringe umana; una voce che salga, salga leggera e spontanea come vola per l’aria un’allodola, quando s’inebria del sole; e allor che vi pare che questa voce siasi posata sugli ultimissimi vertici della gamma sopracuta, ecco che spicca ancora altri voli, e sale e sale sempre egualmente leggera, egualmente spontanea, senza la più piccola espressione di sforzo, senza il più tenue indizio d’artificio, di ricerca, di stento; una voce infine che vi dà l’idea immediata “del sentimento fatto suono„ e dell’ascensione d’un’anima verso l’infinito sull’ali di quel sentimento.
Che vi dirò di più? Ho sentito la Frezzolini e la Barbi in camera e la Patti in teatro; ho ammirato Masini, Vögel, Cotogni; ma in mezzo alla mia ammirazione rimaneva sempre qualcosa di inappagato in fondo al mio desiderio; rimaneva di togliere un certo dissidio fra l’intenzione dell’artista, non di rado elevata e fine, e la piena condiscendenza de’ suoi mezzi vocali.... Qui invece tutto il mio essere era mirabilmente soddisfatto. Non la minima asprezza nel passaggio da un registro all’altro della voce, non penuria di estensione, non disuguaglianza di timbro da nota a nota: ma un linguaggio musicale calmo, dolce, solenne, intonatissimo, che mi stupiva e mi rapiva a un punto solo con la potenza di una gratissima sensazione, non provata innanzi mai!