Gli studi dovevano avere per oggetto peculiarissimo la cognizione della legge di Dio: che secondo il Legislatore era per Israele un titolo di sapienza e di prudenza al cospetto delle nazioni, e la unica e immancabile sorgente della sua materiale e morale grandezza e felicità. I principi ed i grandi pare che avessero in casa maestri che educavano ed istruivano i loro fanciulli sotto i loro proprii occhi. In origine oltre alla legge di Dio, ai doveri e ai diritti del cittadino, l'educazione tendeva probabilmente all'agricoltura e alla guardia del gregge: ma coll'estendersi e prosperare del regno, i fanciulli venivano generalmente pure istruiti nelle arti, nei mestieri e nelle scienze. Nella Scrittura e nei libri posteriori non si scorge che vi fossero Scuole propriamente dette, prima della dipendenza politica degli Ebrei ai Romani (esclusa quella dei profeti che era diggià fiorente all'epoca di Samuele); poichè il primo che ne abbia instituito fu il figlio di Gamlà, la cui memoria ci fu perciò tramandata dai nostri dottori fregiata dal titolo di benemerito dell'istruzione.

Prima d'allora era il padre stesso che impartiva l'istruzione religiosa ai suoi figli, uniformandosi al precetto Mosaico che nel Semanh (che è un sublime compendio delle verità della nostra Religione) costituisce il padre maestro dei suoi figli: «Sulle cose ch'io ti comando oggi, dice egli, ragionane ai figli tuoi nello stare in casa, nello andare per la via, nel coricarti e nello alzarti».

Vi erano pure (nei sabbati) pubbliche accademie, ma il loro scopo era unicamente quello di trattare materie religiose e morali pel bene dello stato in generale.

L'educazione delle ragazze variava naturalmente secondo la condizione e la qualità delle persone. Erano però anche esse istrutte nella legge e nella letteratura, come ci attestano le ammirabili cantiche di Debora e di Anna. Però [pg 60] venivano precipuamente ammaestrate in ogni cura domestica.

Quanto potente fosse il sentimento della dignità che la educazione inspirava alle ragazze, e quale la purezza dei loro costumi possiamo argomentarlo dalle parole che Thamàr figlia di Davide rivolge al fratello Amnon che tentava di indurla a cosa disonesta: «Deh! o fratel mio non farmi ingiuria che tali cose non s'usano in Israele. Deh! non volere commettere una tale ignominia. Ove potrò io nascondere la mia vergogna? E tu potrai soffrire di venir considerato tanto vile in Israele?» Nè avrebbe potuto succedere diversamente quando la legge ordinava che una donna maritata convinta d'impudicizia prima delle sue nozze, venisse lapidata innanzi la porta della casa paterna per la colpa, dice la legge, «di aver fatto cosa laida in Israele.» Quale terribile minaccia si fa con tale disposizione alle ragazze, ma alle madri specialmente onde agli ammaestramenti e agli esempi accoppiassero un'indefessa ed oculata sorveglianza! Anche le ragazze di famiglie agiate non isdegnavano di occuparsi in ogni sorta di lavori campestri; poichè il Pentateuco ci rappresenta Rachele, Lia e le figlie di Ietro conducenti le greggie al pascolo colle loro secchie sulle spalle.

§ 8.—
Schiavi.

«In niun luogo, dice uno scrittore cristiano, gli schiavi furono trattati così umanamente come presso gli ebrei». In principio la virtù dei patriarchi rese loro sempre sopportabile e dolce il dispotismo che avevano sopra di essi; e poi Mosè si occupò con tanta sollecitudine della sorte loro, che la saviezza dei suoi precetti doveva impedire assolutamente anco ai supposti cattivi padroni di abusare del proprio potere. La dolcezza delle disposizioni Mosaiche verso gli schiavi, risplende meglio qualora noi ci facciamo a paragonarla all'inumanità colla quale venivano trattati quegli infelici, non diremo in quei tempi di universale ignoranza e barbarie, ma presso quei popoli che in tempi più prossimi [pg 61] a noi levarono di sè tanta alta fama, vogliamo dire i Greci ed i Romani. Presso costoro gli schiavi erano considerati meno dei bruti, e col consenso della legge venivano massacrati per semplice passatempo, dati pascolo alle fiere dei loro circhi, e gettati pascolo a certi pesci carnivori, quali le murenne, che si allevavano in appositi serbatoi, onde riescissero più graditi ai palati di quegli inumani Sardanapali. È triste, e quasi ripugna il dirlo, ma è storia. Dame romane dimentiche di ogni elementare principio di quella delicata bontà che forma il più bel pregio del loro sesso, e divenute insensibili agli strazii delle loro vittime; percuotevano a sangue le loro schiave per la menoma negligenza usata nella disposizione della loro teletta: e i seni di quelle sventurate servivano a ricettacolo degli aghi e degli spilli dei loro lavori, o dei loro abbigliamenti! Ma lasciamo queste tetre descrizioni che rattristano il cuore; e ritornando al nostro proposito, esaminiamo alcune di quelle disposizioni.

La legge dichiarava reo di omicidio quel padrone che in seguito a percosse causava la morte a un suo schiavo: e bastava il mutilarlo anche di un dente o di un occhio solo perchè venisse dichiarato libero. Come il padrone, lo schiavo fruiva del riposo sabbatico. Non solamente era proibito di molestare o consegnare al padrone quello schiavo che per i maltrattamenti sofferti fossesi indotto a ricoverarsi presso di loro in cerca di un asilo, ma si doveva permettergli di prendere stanza in quella città che sarebbe stata di suo piacimento.

E si noti che queste ordinazioni sono tutte relative agli schiavi non ebrei, perchè riguardo a questi ultimi il nome di schiavi è affatto improprio, poichè la loro condizione era tanto mite, tanti doveri di umanità e di delicati riguardi erano imposti al padrone verso di loro, da inspirare ai nostri dottori il seguente adagio: «Colui che si prende un domestico, da a sè stesso un padrone».

Esaminata partitamente la costituzione della famiglia ebraica, ci piace aggiungere alcune considerazioni generali sullo spirito delle ordinazioni che la reggevano.