Intimamente persuaso Mosè che la durata e la felicità delle nazioni dipende dalla bontà delle istituzioni che la reggono, dall'abbondanza d'annona e dal forte vincolo che lega il cittadino al patrio suolo, più che da estese relazioni commerciali che spesso apportano la corruzione col lusso e colle ricchezze, o dalle imprese guerresche e dalle micidiali conquiste che spandono bensì sprazzi di [pg 99] luce viva ed abbagliante, ma quasi sempre passeggiera e d'una utilità piuttosto apparente che reale; dopo di avere dati al suo popolo un codice di leggi «giuste e rette», cercò d'inspirare nei loro animi il massimo amore per le due innocenti ed utilissime professioni dell'agricoltura e della pastorizia. A questo fine cominciò a nobilitarle cogli esempi dei patriarchi e suoi, poscia annunziò al suo popolo che esso non era il vero proprietario della terra, ma niente più di un semplice vassallo e coltivatore a cui Dio assegnò una parte del suo terreno affinchè la custodisse e la coltivasse con amore. «La terra è mia, dice il Signore, e pertanto non sarà definitivamente venduta. Voi non siete con me se non forestieri ed abitanti».

Stabilita questa premessa, dopo di aver dichiarato che i componenti la sua repubblica erano tutti eguali al cospetto del Signore, perchè tutti «suoi figli e suoi servi che trasse dalla schiavitù d'Egitto», doveva naturalmente conseguire un diritto indiscutibile per ciascuno di essi di partecipare nella stessa misura al suolo da conquistarsi58. Ma oltre alla sanzione della perfetta eguaglianza di tutti i cittadini in faccia alla legge, è fuor di dubbio che tale disposizione, serviva mirabilmente ad inspirare in ciascuno d'essi un fortissimo amore di coltivare bene, e di difendere strenuamente quei campi e quelle case a cui erano legati da tante care memorie e dai più gentili affetti; e che come formarono il patrimonio dei loro padri, così dovevano venire tramandati ai loro figli; com'è fuor di dubbio che la parte toccata in eredità a ciascun cittadino, doveva bastare ad assicurare un vitto abbondante alla propria famiglia. «Quando voi sarete in possesso della terra che Dio promise ai padri vostri, dice il Legislatore, voi la [pg 100] dividerete col mezzo della sorte, per famiglia e per tribù, per modo che ciascuno abbia la sua parte conveniente; dando (cioè) una porzione più grande a quelle (tribù o famiglie) che saranno in numero maggiore, e una porzione più piccola a quelle che saranno in numero minore».

Uniformandosi a questa prescrizione, dopo le sue splendide vittorie, Giosuè invitò l'assemblea del popolo raccolta in Silo, a scegliere tre uomini abili per ciascuna tribù, di dare loro l'incarico di percorrere il paese in tutti i sensi, tracciarne il piano e dividerlo in porzioni.

E a questo proposito non possiamo trattenerci di fare rimarcare il seguente fatto degno di nota. Ammettendo anche inesatta l'opera di quegli uomini, non ci deve recare meno stupore la considerazione che 3500 anni fa, al loro ingresso nella terra di Canaan, gli Ebrei abbiano già potuto avere ciò che i popoli più inciviliti ottennero da non molti anni, con grandi sforzi e gravi dispendii, il piano cioè del loro paese, il cadasto della proprietà pubblica.

Ma se queste prescrizioni erano di tale natura da fare avvanzare l'agricoltura59, non valevano tuttavia ad [pg 101] assicurarne una fertilità duratura; inquantochè la terra possa isterilirsi tanto per l'indolenza e l'incuria del proprietario, quanto per la sua insaziabile ingordigia. Prevenuto il primo di questi due pericoli conveniva pensare a scongiurare il secondo. Oggi giorno si usa di alternare le seminagioni: ma allora o non si conosceva questo sistema o non si credeva bene di praticarlo. Aggiungeremo ancora, che per motivi che qui non occorre cercare, Mosè proibì la simultanea mescolanza dei vegetabili nello stesso campo. Occorreva dunque cercare uno spediente; e fu egregiamente [pg 102] trovato coll'istituzione dell'anno sabbatico, che era un anno intiero di riposo alla terra. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «Sei anni coltiverai il tuo campo, e sei anni poterai la tua vigna, e ne ritirerai il prodotto. Ma nell'anno settimo la terra avrà sabbato di riposo, sabbato ad onore del Signore: il tuo campo non seminerai, e la tua vigna non poterai. La raccolta che ti nascerà spontanea (dai grani caduti), non mieterai; e l'uva delle tue viti incolte non vendemmierai: egli sarà per la terra un anno sabbatico. Il (prodotto del) sabbato della terra sarà vostro da cibarvene: tuo (cioè), e del tuo schiavo e della tua schiava, e del tuo mercenario, e del tuo avventiccio, dimoranti teco. Ed (anche) al tuo bestiame, ed alle fiere esistenti nel tuo paese, sarà lasciato mangiare ogni suo prodotto».

E quasi superfluo che noi facciamo notare, come il Legislatore ebreo non siasi lasciato sfuggire neanche questa occasione onde disporre il cuore del suo popolo alla bontà e alla misericordia. L'avvicinarsi dell'anno settimo poteva impensierire i meno abbienti pel timore di mancare del necessario; ed ecco il Legislatore che anticipatamente viene in loro soccorso, li libera di un pensiero angoscioso, prescrivendo che i prodotti spontanei di quell'anno fossero lasciati a loro favore. Solenne prova di un cuore nobilissimo e di un sentimento squisitamente gentile!

La terra abbandonata a se stessa pel corso di un anno riparava alle sue forze stremate pei sei ricolti consecutivi: e le numerose mandre che ricondotte dal deserto vi pascolavano in libertà, ne aumentavano d'assai la fertilità.

E posciacchè questa istituzione potrebbe sollevare qualche difficoltà nell'animo dei nostri lettori, non sapendosi rendere ragione che uno stato possa seriamente rinunciare all'intiero raccolto di un'annata, e particolarmente poi in quei tempi che presentavano tanti ostacoli a provvedersene altrove per la difficoltà di comunicazione; noi rapporteremo le parole colle quali Mosè rassicurava il suo popolo a questo riguardo: «E se voi mi chiederete, cosa [pg 103] mangeremo noi nell'anno settimo, se non faremo seminagioni, e non potremo perciò raccogliere verun prodotto?»—«Io comanderò su voi la mia benedizione nell'anno sesto, e la terra vi darà un prodotto bastevole per tre anni». Ma senza pregiudicare minimamente questa divina promessa, subordinata alla osservanza delle sue leggi; non v'ha dubbio che questa instituzione serviva altresì a inspirare e a sviluppare in loro il sentimento della previdenza e dell'economia. Le terribili carestie dei tempi d'Abramo e di Isacco ci fanno fede che i mezzi di conservare i generi alimentarii erano affatto sconosciuti o assai negletti. Invece per questa legge gli Ebrei erano appunto obbligati ad inventare ed a perfezionare diversi mezzi per conservare il grano, le frutta, il vino e l'olio; e ad abituarsi a sagaci approvigionamenti. Con queste lodevolissime precauzioni essi venivano a premunirsi contro il flagello delle carestie che in quei tempi erano tutt'altro che rare, e che ancora più che dalla inclemenza delle stagioni, erano prodotte dalle guerre comunissime allora e di carattere selvaggio.

Ma i benefici effetti dell'anno sabbatico si estendevano pure alla derelitta classe degli schiavi. Parlando della costituzione della famiglia ebrea, noi ebbimo già occasione di constatare le sollecitudini di Mosè per quelle infelici creature, che la sventura o il bisogno assoggettava ai loro simili.

Nessun'anima gentile potrà non convenire con noi che al dissopra della triste condizione in cui lo schiavo gemeva giornalmente, era senza dubbio straziante il pensiero che gli fosse tolto definitivamente ogni speranza che ritornasse a rilucere per lui un raggio di libertà, che valesse a riabilitarlo nei suoi diritti di uomo e di cittadino. La schiavitù non gli presentava che un immenso ed indefinito orizzonte di sofferenze e di dolori che faceva capo alla tomba. Togliere questo strazio inesprimibile dal cuore dello schiavo ebreo, era una delle prerogative dell'anno sabbatico. «Quando tu acquisterai [pg 104] uno schiavo ebreo esso ti servirà sei anni, e nel settimo se ne sortirà liberamente60. Questa legge ammetteva però un'eccezione concessa per un lodevole sentimento di tenerezza supposto nello schiavo verso il proprio padrone, verso la propria moglie e verso i figli. Ecco come si esprime la legge a questo riguardo: «E se lo schiavo dirà: Io amo il mio padrone, mia moglie e i miei figli e non voglio andarmene libero»; allora il padrone lo farà presentare ai giudici, e questi lo faranno avvicinare ad un battente, o allo stipite della porta della città (luogo, come vedremo più innanzi ove risiedevano in quei tempi i tribunali composti ordinariamente dei vecchi della città, ed ove per conseguenza amministravano pubblicamente e gratuitamente la giustizia) e colà, lo stesso padrone, gli buccherà il lobo dell'orecchio..... e lo schiavo lo servirà leolàm, [pg 105] vale a dire sino all'anno del Giubileo, come intendono, tutti i commentatori.