Un altro genere di urbanità consistente nei pranzi era pure in uso allora. Si davano pranzi per festeggiare l'arrivo di qualche parente od amico che non s'era visto da gran tempo; alla tosatura delle pecore; alle vendemmie; allo spopparsi dei bambini e in occasioni di matrimoni; presso i principi si davano pranzi anche nelle neomenie e nei giorni loro natalizi ecc. Questi festini vengono indicati colla parola misthè, che letteralmente significa tempo di bere, probabilmente per la larga parte che si lasciava al vino in quei tempi in compenso alla scarsità delle pietanze, che erano certamente ben lungi di raggiungere o anche di solamente avvicinarsi al numero di quelle che s'imbandiscono attualmente nelle mense dei grandi. Portavano pure il nome di lehhem che vale pane, quasi ad atto di ossequio al primo e più importante alimento. Da quanto si legge in Samuele, pare che il pasto fosse preceduto dalla benedizione del capo dei convitati.
Nei diversi festini di cui parla la Bibbia non si fa mai cenno sull'intervento delle donne, per cui siamo portati a conchiudere che anche fra gli ebrei, le donne tenessero festini nei loro appartamenti separati come si usava in tutto l'Oriente; quantunque dall'importanza che aveva la donna nella famiglia ebrea, debba mettersi fuor di dubbio che esse venivano ammesse nei pasti famigliari. Tutto lascia credere che tali festini fossero rallegrati da concenti musicali e da canti di gioia.
Nel conversare il loro contegno era misurato e grave, come lo è quello degli orientali in generale, e specialmente quello degli arabi. Si parlava poco, e con parole convenienti. Le espressioni lubriche, disoneste od anche solo equivoche non solo erano bandite dal loro parlare, ma venivano colpite dalla riprovazione universale: i buffoni [pg 113] erano tenuti in tale pessimo concetto, che Davide li assimila ai malfattori e ai reprobi.
Crediamo fare cosa utile rapportando su questo argomento alcune osservazioni giudiziose e spassionate dell'abate Fleury, nel suo pregiato lavoro Mœurs des Israélites: «Essi, gli ebrei, usavano volontieri nei loro discorsi allegorie ed enigmi ingegnosi. Il loro linguaggio era modesto e conforme al pudore. Essi dicevano per esempio: «L'acqua dei piedi» per sott'intendere l'orina: «Coprire i piedi» per soddisfare agli altri bisogni naturali, perchè in tale azione si coprivano dei loro mantelli dopo d'avere scavato la terra..... D'altra parte se essi hanno certe espressioni che a noi sembrano piuttosto dure quando parlano del concepimento e della nascita dei bambini; se nominano senza riguardo certe infermità segrete dell'uno e dell'altro sesso, ciò avviene per la distanza dei luoghi e dei tempi...»
Sull'argomento dei loro piaceri lo stesso autore così si esprime: «La loro vita agiata e tranquilla unita alla bellezza del paese li rendeva inclinati al piacere: ma i loro piaceri erano semplici e facili non avendone guari oltre il buon vitto e la musica. I loro festini erano imbanditi di vivande assai semplici e la maggior parte di loro sapeva cantare e servirsi degli strumenti musicali». Quantunque in verità noi riteniamo che gli ebrei godessero altri piaceri oltre ai due summentovati; è però vero che il vecchio Barzilai non enumerò che questi due, che certo erano per loro i principali, quando invitato da Davide a volere dimorare nella sua Corte, rispondeva di non potere accettare perchè la sua grave età non gli permetteva oramai di gustarne il diletto. L'ecclesiastico poi paragona questi due piaceri nella vita dell'uomo, all'effetto che produce alla vista uno smeraldo incastrato nell'oro. Per godere il fresco e l'aria libera, essi mangiavano volentieri sotto gli alberi e sotto capanne.
Due altri generi di divertimenti, il giuoco e la caccia, sono ai tempi nostri annoverati tra i principali. Riguardo al giuoco possiamo affermare che nella Bibbia non se ne [pg 114] ha traccia veruna. Solo nella legge tradizionale si parla di giuochi d'azzardo e non solo vengono dichiarati proibiti, ma si aggiunge che coloro che vi si davano non potevano deporre come testimoni innanzi ai tribunali.
Riguardo poi alla caccia, che in origine dovette formare una delle occupazioni essenziali tanto dei nomadi, quanto dei pastori della Palestina, pel bisogno che avevano di difendere le loro greggie dalle bestie feroci; pare che fosse esercitata anche dagli ebrei, sia per lo stesso motivo e sia perchè poteva fornire i loro pasti di buone vivande. Nessuno ignorerà probabilmente che il potente Nembrotte era chiamato «cacciatore forte al cospetto dell'Eterno»; e che la selvaggina tornava tanto gradita al palato del Patriarca Isacco, da ispirargli maggior tenerezza pel figlio Esaù che spesso gliene provvedeva.
Da parecchi passi della Bibbia risulta che la Palestina era ricca in selvaggina, e la legge non opponeva alla caccia che una sola restrizione, che a noi pare bene trascrivere nella sua interezza: «Se per la via s'affaccia innanzi a te, in qualche albero, o per terra un nido d'uccelli (ove siano), pulcini o uova, colla madre coricata sui pulcini o sulle uova; non devi pigliare la madre coi figli. Manderai via la madre, e potrai pigliare per te i figli: così avrai del bene, e vivrai lungamente65 ».
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I cacciatori si servivano di diverse armi da guerra e particolarmente dell'arco, delle freccie, del romahh (picca o lancia), dell' hhanid (asta o lancia) e dell' hherev (spada). Le bestie feroci e specialmente i leoni si prendevano nella sciuhhà (fosso), col mochesc (trappola) e col pahh (laccio). Era molto ingegnoso il modo di preparare i fossi. Finita l'escavazione, se ne copriva l'orifizio di canne o ramoscelli d'alberi, e nel mezzo si fissava un palo piuttosto rilevato al quale si attaccava un agnello vivo. I belati dell'agnello attiravano la bestia feroce, la quale si slanciava con furia sulle canne per impadronirsi della preda; ma queste cedendo al suo peso, lo traevano seco nella fossa. Questi fossi, vengono spesso usati nella Bibbia per dare l'immagine d'imboscate e di pericoli.