[pg 119]

È naturale che inspirandosi a questa credenza, il nostro cuore sia agitato da un indefinibile timore del giudizio che sta sospeso sul nostro capo, e da una dolce speranza di ottenere col perdono un anno di vita e di soddisfazioni. Ed è per questo che con un raccoglimento maggiore che in qualunque altra epoca dell'anno, noi facciamo serio proponimento di opporre per l'avvenire una valida resistenza alle tendenze peccaminose: preghiamo Dio con insolito fervore pel bene nostro proprio, pel ristabilimento e per la gloria del popolo d'Israele, e pel bene della umanità intiera68; lo supplichiamo a non permettere che la carestia, la guerra e la pestilenza percorrano la terra seminando la desolazione e la morte; facciamo voti ardenti onde regni fra gli uomini un patto inalterato d'amicizia fraterna; e che spunti presto quel giorno in cui tutti gli uomini unanimi anche nel sentimento religioso, piegheranno il ginocchio a un Dio solo, giorno che fu [pg 120] annunciato dal profeta colla seguente espressione: «la legge uscirà da Sionne e la parola di Dio da Gerusalemme».

Conviene però notare che se, come dicemmo, in ogni mattina del mese di Ellul, si suonano quattro sole techiód di sciofar; in ognuno di questi due giorni se ne suonano cento: cioè trenta tra le due orazioni di tefilà e mussaf (preghiera questa addizionale dei sabbati, capi mesi e feste solenni); trenta nel corso della recita di quest'ultima preghiera, e quaranta alla fine d'essa. Le prime trenta vengono dette techiód miiossév (da iassav stare, sedere); le seconde trenta vengono dette techiód meoméd (da amad alzarsi, sorgere) perchè si suonano mentre si dice la amidà. Un chiarissimo Dottore esaminando quali cause avevano potuto motivare l'obbligo imposto di suonare lo sciofar in questi due giorni, nè enumerò dieci. Noi ne accenneremo soltanto quelle che a parere nostro sono le principali: 1ª In commemorazione della proclamazione della legge sul Sinai, nella cui narrazione è detto: «la voce dello sciofar era fortissima»; 2ª In commemorazione della distruzione del primo tempio, perchè Geremia annunziando agli Ebrei l'avvicinarsi del nemico, predisse le funeste conseguenze che sarebbero derivate da quella guerra nefasta, colla seguente dolorosa esclamazione: «Nelle mie viscere, nelle mie viscere io tremo; nelle interne pareti è agitato il mio cuore: tacere non posso: imperocchè il suono dello sciofar udì l'anima mia, il clangor di battaglia»; 3ª In commemorazione del sacrifizio d'Isacco, fatto che segnò la più maravigliosa prova di amore e di fede che un uomo abbia potuto dare alla divinità; fatto che noi ricordiamo spesso nelle nostre preghiere; ma tanto maggiormente nei dieci giorni penitenziali sia a titolo di merito dei nostri due primi patriarchi, e sia a perenne nostro ammaestramento della potenza che deve avere la fede e l'amore di Dio sulle nostre affezioni terrene; 4ª La manifestazione della speranza di un politico ristabilimento indipendente d'Israele, avvenimento che verrà anunziato, dice un profeta, «collo suono di grande sciofar ».

[pg 121]

Non trovandosi nel Pentateuco nessuna lezione allusiva particolarmente a questa solennità, nel primo giorno si legge un paragrafo del Genesi in cui si racconta la nascita del patriarca Isacco, e nel secondo giorno la lezione seguente che tratta del suo sacrifizio, due avvenimenti che secondo la tradizione, successero in tale ricorrenza. Anche l' aftarà69, che si recita nel primo giorno, ci espone l'avvenimento della nascita di Samuele: di quel grande profeta e giudice che Davide pose a pari di Mosè e di Aronne quando cantò: «Mosè ed Aronne fra i suoi sacerdoti (di Dio) e Samuele fra gli invocatori del nome suo, invocano Dio ed Egli li esaudisce»; e che acquistossi grandi ed incontestabili titoli di benemerenza verso il popolo d'Israele.

Egli venne assunto a giudice in un momento assai difficile. Israele trovavasi accasciato per una forte rotta subita dai Filistei e che fu causa della morte improvvisa e tragica del suo venerando giudice e pontefice Eli; della perdita dell'Arca santa e di parecchie belle provincie dello stato; della morte di tanti prodi soldati che lasciavano deserti e derelitti vecchi genitori, tenere spose e innocenti bambini.

Ciò non pertanto Samuele acquistatosi l'amore e la fiducia d'Israele, ne risollevò lo spirito abbattuto; lo richiamò alla purezza del Culto mosaico, e non solo gli fece riacquistare le città perdute, ma dilatò i confini del regno; ed ebbe l'insigne merito di riunire in un corpo di [pg 122] nazione compatta, forte e libera le sparse membra delle dodici tribù d'Israele.

Racconteremo l'ultimo incidente della sua vita politica, poichè da esso risplende di luce vivissima il suo disinteresse nobile e delicato, il suo carattere integro e leale, e la sua giustizia indipendente ed incorrotta.

Dopo la prima e grande vittoria riportata da Saulle su Nahhass l'Ammonita, che fu quel re tristo e pazzo che per far onta al popolo d'Israele ebbe la bizzarra e crudele idea di cavare l'occhio destro a tutti gli abitanti di Iabess Galaad; Samuele fece radunare tutto il popolo al Ghilgal per fare riconoscere Saulle già proclamato re, e per dare a lui e al popolo gli estremi suoi consigli. Dichiarato lo scopo dell'invito, principiò la sua arringa colle seguenti parole: «Ed ora ecco il re che se ne va innanzi a voi (vi governa); ed io son vecchio e canuto, e i miei figli sono con voi; ed io sono andato innanzi a voi dalla mia giovinezza insino ad ora. Eccomi: testificate contro di me davanti al Signore e davanti al suo unto a chi ho tolto un bue, a chi ho preso un asino, a chi ho fatto frode, a chi feci vessazioni e da chi ho accettato riscatto per chiudere gli occhi intorno a lui (cioè per lasciargli impunemente commettere ree azioni); ed io vi indennizzerò». Quelli risposero: «Non ci hai frodati, e non ci hai vessati e non hai tolto ad alcuno che che sia». Ed egli disse loro: «È testimonio oggi, contro voi, il Signore, ed è testimonio l'unto suo, che non avete trovato da rinfacciarmi che che sia». E (il popolo) disse: «testimonio».

Il giorno decimo di Tisrì e ultimo dei penitenziali, è giorno di rigoroso digiuno. Vien detto iom achipurím, [pg 123] giorno delle espiazioni, e lo si passa intieramente negli Oratorii in continue preghiere.