Era quello l'unico giorno dell'anno in cui il sommo sacerdote era obbligato a funzionare personalmente. Gli uffizi religiosi che avevano principio coi primi albori del giorno, allorchè esisteva il Tempio, erano circondati di una solennità severa e di uno sfarzo imponente. Fra le altre cerimonie, il sommo sacerdote conduceva all'altare il vitello che doveva essere immolato pei suoi peccati e pei peccati della sua famiglia: poscia gettava la sorte su due capri che erano portati pei peccati del popolo, onde sapere quali dei due bisognava uccidere, e quale mandare libero al deserto. Dopo d'avere purificato il santuario, il tabernacolo e l'altare, imponeva le sue mani sulla testa del capro da mandarsi all' azazél al deserto, lo caricava (simbolicamente) di tutti i peccati, di tutte le colpe e prevaricazioni del popolo, e finalmente lo consegnava alla persona precedentemente incaricata di condurlo al suo destino per ivi lasciarlo in propria balìa. Il vitello e il capro stati immolati, l'uno pei misfatti del pontefice, l'altro pei misfatti del popolo, simboleggiavano colla loro morte il castigo dovuto ai medesimi: tali vittime si bruciavano fuori della città. La libertà data all'altro capro significava che gli Israeliti erano liberati dalla pena dovuta ai loro traviamenti.

Era pure in tale giorno, unico nell'anno, che il Sommo sacerdote entrava nel Debìr o santo dei santi a bruciare l'incenso innanzi all'Arca santa. La tradizione ci ha conservato la breve preghiera che egli faceva prima di sortire, e che era del seguente tenore: «Voglia deh, o Dio, dare alla terra il sole e la pioggia al tempo opportuno; fa che non cessi di sedere sul trono d'Israele un rampollo della Tribù di Giuda; fa che ogni individuo componente il tuo popolo non abbia a dipendere (per annona) l'uno dall'altro nè da popolo straniero; nè voglia Tu ascoltare le preghiere dei viandanti» (i quali pregano costantemente perchè non piova).

[pg 124] Era pure in questo giorno che, come dicemmo, ad ogni sette ebdómade d'anni si annunziava l'anno del giubileo, facendo passare lo suono dello sciofar in tutto il paese.

Rientrando alla sera nelle domestiche pareti il pontefice si trovava circondato dai parenti e dagli amici, che si portavano a congratularsi seco di avere passato felicemente una giornata per lui tanto solenne e pericolosa70; ed a sua volta egli dimostrava la propria soddisfazione dando una festa.

Ai quindici di questo stesso mese ricorre la festa di sucoth o dei tabernacoli, instituita in memoria del viaggio fatto dai nostri padri nell'Arabia: ed ove camminando in quella sabbia infuocata, «il loro vestimento non gli si è logorato addosso, nè il loro piede si è gonfiato», quantunque non avessero che tende o tabernacoli ove riparare dall'ardore del sole.

Questa festa viene pure chiamata hhag aassif (festa del raccolto) perchè segna il termine dei lavori campestri. Si rizzavano anticamente, come si usa ancora tuttodì in molti luoghi, tende o capanne sui terrazzi delle case o nei cortili, ove le famiglie prendevano domicilio fisso per sette giorni, essendo vietato di mangiare o dormire altrove per tutto quel tempo. Secondo la legge mosaica, i fedeli dovevano provvedersi pel primo giorno di questa solennità del frutto d'una pianta che la legge denomina ess-adar, [pg 125] e che la tradizione definisce pel cedro; dei rami di palme lulav; e dei salici di riviera aravà; e portarli processionalmente nel Tempio per sette giorni71.

Il concetto morale di questa unione di vegetali pregiati e superbi coll'umile salice di riviera, fu stupendamente incarnato dai nostri Dottori. Secondo essi, indica l'unione fraterna di tutti gli uomini.

La durata di questa festa era primitivamente di otto giorni, col primo e l'ultimo soltanto festa solenne. Questo portava e porta tuttavia il nome particolare di sceminì asséred (ottavo giorno di festa), e il giorno aggiunto per la causa già detta porta il nome di simhhad torà (letizia della legge), perchè in tale giorno si terminano le lezioni sabbatiche del Pentateuco. Il sabbato che segue immediatamente questa festa, e nel quale si ricominciano tali letture si festeggia, diremo quasi, con maggiore allegria e solennità di tutti gli altri. Non dobbiamo passare sotto silenzio come anche il giorno sesto di questa festa porti il nome speciale di ossaanà rabbà, probabilmente perchè si recita la ossaanà più lunga. Quantunque in sostanza questo giorno non diversifichi dagli altri giorni di hhol amoéd (mezze feste), pure l'orazione mattutina viene prolungata di qualche parte addizionale destinata ad implorare da Dio, più particolarmente, il beneficio delle pioggie72; ed oltre al lulav[pg 126] ogni fedele si provvede di una così detta aravà (alcuni gambi di salici), che sfoglia alla fine della preghiera addizionale mussaf. Quest'uso prese fondamento da una pia credenza tradizionale, secondo la quale, la misericordia di Dio paziente e longanime, ritarda sino a quel giorno a segnare la punizione definitiva meritata da quel peccatore che ostinato ed incredulo, passò impenitente il giorno delle espiazioni.

Questa festa è l'ultima delle tre così dette saloss regalím in cui tutti i maschi adulti erano tenuti a portarsi a Gerusalemme, ove offrivasi in regalo la decima delle greggie e le primizie delle frutta73. Là si facevano sacrifici, si davano banchetti a cui partecipavano i forestieri e i poveri, e là ciascuno rendeva grazie a Dio dei favori compartiti a sè e alla nazione intiera.

Come già accennammo fu appunto alla ricorrenza di questa solennità che Salomone inaugurò il suo Tempio suntuoso, con una pompa straordinaria e coi segni della maggiore letizia, l'anno 480, dopo l'uscita d'Israele dall'Egitto: e fu al primo di questo mese che si incominciarono ad offrirsi i sacrifizi quotidiani nel secondo Tempio, e che come già accennammo, non furono più interrotti sino all'entrata dei Romani in Gerusalemme.