Ci duole il dovere terminare la cronaca di questo mese col racconto di un fatto luttuoso successo il giorno terzo [pg 127] che fu giudicata, e fu realmente, di tanta grande importanza, che i Dottori nostri lo vollero commemorato con pubblico digiuno.
Dopo che i Caldei capitanati da Nabusar-Adan ebbero presa e spogliata Gerusalemme; uccisi o fatti emigrare i migliori suoi cittadini; uccisi i figli del re Sedecia alla presenza del loro misero genitore, e poscia acciecato lui stesso; onde la terra non avesse a rimanere affatto deserta e divenisse stanza di belve feroci, il generale nemico vi lasciò alcuni pochi e poveri agricoltori e vignaiuoli, nominando a loro capo un certo Godolia. Il primo atto che fece costui della sua autorità, fu di radunare quel misero avanzo a cui si erano già riuniti non pochi Ebrei che al tempo dell'assedio e della presa della città, avevano riparato in Edom, presso Moab, e presso gli Ammoniti; e lo ammonì di essere ossequente ai Caldei e a darsi alle sue occupazioni con tutta sicurezza. In mezzo ai congregati trovavasi pure il profeta Geremia, l'inarrivabile cantore dei funebri patrii, che fu prima instancabile quanto inascoltato consigliatore di un'alleanza coi Caldei, e che poscia rifiutò le generose proferte avanzategli dal conquistatore per rimanere nella terra dei suoi padri con quel piccolo e misero rimasuglio; giudicando nel suo ardente ed oculato patriottismo che se esso non era che una pallida larva della vita e dello splendore antico, pure lasciava almeno un principio, diremo quasi un addentellato ad un ritorno all'indipendenza primitiva. Ma fu appunto il timore di questo possibile avvenimento, che molestando il cuore di certo Banhaliss re degli Ammoniti, nemico degli Ebrei, gli fece concepire l'infame progetto di fare morire Godolia col triste scopo di renderli maggiormente invisi ai Caldei e farli totalmente disperdere dalla loro patria. Certo Ahhicam figliuolo di Careahh avvertito che un vilissimo sicario, certo Ismaele figlio di Nedanià, prezzolato dal re degli Ammoniti meditava di uccidere Godolia, rese quest'ultimo informato della rea trama che era stata ordita contro la sua vita; disponendosi nello stesso tempo di [pg 128] uccidere quell'uomo infame che per servire lo straniero non si peritava a commettere un vile assassinio, e a farsi traditore della patria. Ma quel retto cuore di Godolia, non potendosi persuadere di così nero misfatto, tacciò di calunnioso tale rapporto, e proibì al suo preteso difensore di nulla intraprendere contro quell'uomo, il quale sventuratamente ebbe pertanto agio ad attuare il suo tristo progetto. Godolia assalito all'improvviso, venne barbaramente trucidato unitamente al suo piccolo presidio composto di Ebrei e di Caldei, e i pochi scampati a quell'eccidio temendo più che mai la vendetta dei Caldei, diedero piena ragione agli infami calcoli di Banhaliss e ripararono in Egitto, malgrado gli avvisi e le proteste del profeta Geremia che si adoperò in tutti i modi, onde non venisse totalmente disertato il sacro suolo nazionale.
Ufficii della tribù di Levi e sua consacrazione
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Prima di continuare i nostri studii sui costumi sociali degli antichi Ebrei, crediamo cosa opportuna di consacrare alcune considerazioni sulla tribù di Levi, prescelta da Dio a officiare e a servire nella sua casa; e ad ammaestrare il popolo nei suoi doveri religioso-morali.
Levi fu il terzogenito di Giacobbe, e si unì al fratello Simone per prendere, ad insaputa del padre e degli altri fratelli, aspra vendetta degli abitanti di Sichem, perchè il principe di quel paese violando ogni dovere di ospitalità e di giustizia, offese atrocemente la loro famiglia nella loro sorella Dina. Giacobbe al suo letto di morte, ricordò quel fatto e maledicendo «all'ira dura ed aspra di quei suoi due figli», per la pace di tutto il popolo augurò che i loro discendenti «venissero sparsi in Giacobbe e divisi in Israello».
Mosè incarnò questo desiderio. Dalla tribù di Levi, realmente disseminata in Israello, venne staccato un grande ramo, la progenie di Aronne, che diede origine alla casta sacerdotale.
[pg 129] Dacchè Mosè aveva accettato, quasi suo malgrado, lo spinoso ma sublime incarico di redimere dalla schiavitù un popolo intiero, a nessuno di questo popolo era mai venuto in animo di contrastare il principato a lui e il sacerdozio al fratello, tranne a Corahh. Costui invidioso dell'altissimo posto che occupavano quei due fratelli, suoi prossimi parenti, colse l'istante in cui il popolo trovavasi indispettito contro di essi pel fatto degli esploratori, si mise alla testa di pochi sediziosi sperando di afferrare lui il sacerdozio. Ma male incolse a lui e ai suoi congiurati. Volendolo Dio, si aprì una voragine sotto i piedi di quegli stolti ambiziosi, e vi furono inghiottiti colle loro tende, colle loro famiglie e coi loro averi. Onde però non avesse a ripetersi un così grave scandalo, Dio ordinò a Mosè, che si facesse consegnare una verga da ogni capo di ciascuna tribù di Israele, e alla sera le disponesse tutte innanzi all'Arca santa, poichè Egli, Dio, avrebbe manifestato la sua predilezione verso una delle tribù col fare fiorire la sua propria verga. È quasi superfluo aggiungere che tale distinzione toccò ad Aronne; la cui verga fu trovata al mattino carica di mandorle74. Per ordine di Dio, questa verga ed un'ampolla [pg 130] di manna si conservarono nel Tabernacolo, per rammemorare ai posteri i grandi fatti che rappresentavano.
Ora appena Mosè ebbe date le necessario disposizioni per la fabbricazione del Tabernacolo, ebbe ordine da Dio di fare un invito a tutti i « sapienti di cuore », perchè confezionassero gli abiti di Aronne e quelli dei suoi figli.
Gli Uffizi dei sacerdoti consistevano nell'offrire le oblazioni e le vittime; bruciare l'incenso; mantenere perpetuamente acceso il lume santo innanzi all'altare; compire la purificazione delle persone e delle cose; rinnovare il pane di proposizione e benedire il popolo. Quando dovevano presentarsi all'altare era loro severamente proibito l'uso del vino e dei liquori.
Il loro vestimento ordinario consisteva in una tunica di lino, in una cintura adorna di ricami, in un paio di calzoni sotto la tunica, e in una specie di mitra rotonda fatta di un tessuto di lino piuttosto spesso.