[pg 152] Dilucidato questo punto ritorniamo alle nozioni d'archeologia che abbiamo interrotto.
I molti oggetti numerati nel Pentateuco e nei libri posteriori, dimostrano ad evidenza, che, in rapporto ai tempi, l'industria e le arti presso gli Ebrei non erano in uno stato inferiore a quello degli altri popoli. Si sapevano filare e tessere stoffe di lana, di lino, di cotone e di bisso (stoffa questa che certi dotti vogliono fosse una specie particolare di lino più fino e di una bianchezza più splendente del lino ordinario, e certi altri vogliono che fosse il cotone); si sapeva tingere in diversi colori quali il turchino, il cremisi, la porpora e il giallo.
Quando Mosè fece appello agli Ebrei invitandoli a portare offerte pel tabernacolo che intendeva erigere onde «Dio abitasse in mezzo a loro»; le donne industriose furono assai sollecite di filare lino finissimo e lana di capre, che nelle mani d'uomini abili furono trasformati in tappeti. Noi non descriveremo qui quel lavoro che dovette riescire di una eleganza ed imponenza severa e solenne, sia perchè ci obbligherebbe ad allungarci oltre al limite che ci siamo prefissi, sia perchè chi ne avesse vaghezza ne troverebbe la descrizione nell'Esodo capitolo 19 e seguenti. Diremo però che fu un'opera felicemente ideata ed eseguita con legno di scithim (specie di acaccia); con pelli di montone e di tasso; con tappeti coperti o guerniti d'oro. I direttori di quei lavori, che erano certi Bessalél figlio di Urì della tribù di Giuda, e Aholiáb figlio di Ahhissamach della tribù di Dan, vengono dichiarati da Mosè «uomini pieni dello spirito di Dio in industria, in ingegno e in sapere; abili nel fare disegni da lavorare in oro, in argento e in rame, e nell'arte di pietre da legare ed in quella di lavorare in legno». Compiuto il lavoro e presentato a Mosè, questi ne passò in rassegna ogni singola parte e ne rimase talmente soddisfatto, che lo dichiarò eseguito secondo il comando di Dio, e impartì la sua benedizione a tutti quanti vi ebbero parte. Si noti che Mosè, il quale passò tutta la sua gioventù in mezzo alle [pg 153] grandezze e al lusso della Corte egiziana, non avrebbe certo potuto dichiararsi soddisfatto d'un lavoro dozzinale e grossolano.
Ai tempi di Davide e di Salomone, che segnarono la maggiore grandezza e prosperità del regno d'Israele, che era allora il più esteso, il più ricco e il più potente dell'Asia; si trovarono operai tanto abili ed intelligenti da costrurre quelle maraviglie dell'arte che furono il Tempio; il palazzo reale col ricco e splendido suo mobiglio; alcune città e fortezze fra cui la celebre Tadmór (Palmira); il trono di Salomone tutto d'avorio incrostato d'oro, che la storia afferma «non essersene fabbricato l'eguale in nissun regno»; e che vi si arrivava per sei gradini ognuno dei quali portava un leone in ciascuna sua estremità.
È bensì vero, e noi lo constatiamo senza reticenze, che prima d'intraprendere i lavori del Tempio, Salomone inviò un messaggio al Re di Tiro, col quale ricordandogli l'antica amicizia che lo legava a Davide ed annunziandogli la sua intenzione di fabbricare un Tempio al Signore; lo invitò ad ordinare ai suoi servi di tagliare cedri dal Libano, perchè nessun individuo ebreo sapeva meglio dei Sidonii tagliare e fare viaggiare legnami da costruzione; ma conviene considerare che questo fatto non menoma per nissun modo l'importanza degli operai ebrei, perchè non riguardava che un ramo particolare d'industria dei Sidonii.
La stessa considerazione si deve fare rapporto ad Hhiram chiamato, come avemmo a dire altrove, a Gerusalemme a dirigere i lavori in rame.
A misura che la prosperità materiale del popolo aumentò mercè le relazioni commerciali contratte colle nazioni straniere, sparì bensì con essa la primitiva semplicità dei costumi, ma le arti e i mestieri ebbero largo campo ad esercitarsi e a perfezionarsi; poichè il giorno della caduta del regno fra dieci mila capi di famiglia mille erano capi di officine.
I ricchi abitavano in case grandi e spaziose ornate d'oro [pg 154] e d'avorio, con sale particolari per festini e con appartamenti distinti per l'estate e per l'inverno.
È questo lusso che producendo la corruzione dei costumi, infiammò il petto dei veggenti d'Israele che lo biasimavano con veementi ed irose invettive ritenendolo, e non a torto, lo strumento che doveva portare la intiera rovina della nazione. Chi avesse vaghezza di conoscere specialmente gli abbigliamenti delle belle figlie di Sionne, li potrebbe riscontrare nel capitolo terzo d'Isaia, e dovrebbe conchiudere che nè pel numero (che è ventidue), nè per la qualità, nè per galanteria stavano al disotto di quanti ne offra la teletta di una ricca ed elegante signora dei nostri tempi.
A titolo di curiosità storica ne citeremo alcuni. Il primo a presentarsi è il nézem (orecchino o pendente dell'orecchio) il quale si componeva di diverse parti quali: aghil (rotondo) netifód (goccie o perle). Viene in seguito una seconda specie di nézem, che era un pendente del naso. Anche oggi giorno le donne orientali portano quest'ornamento sospeso ad una della pinne del naso, che a quest'effetto si bucava come si bucano ora le orecchie84; il revid collana o catena sospesa attorno al collo e cadente sul seno, e alla quale venivano attaccati altri ornamenti detti saaronim, o lehhascim (amuleti), o la boat anéfesc (vasetti di odore); il zamid o esadà (braccialetto), il tabàad (anello); il realà (velo); la hhagorà (cintura) e i hharittim (borse eleganti) e finalmente gli stivaletti coi campanelli che porsero occasione allo stesso profeta di rimproverare le figlie di Sionne «di essersi fatte altere, di marciare colla gola tesa (scoperta), di fare cigolare i fermagli coi piedi».