ADAR
(
Febbraio-Marzo
).

Due avvenimenti importantissimi registra la storia nostra in questo ultimo mese dell'anno: uno decisamente nefasto, e l'altro, quantunque minacciasse di irreparabile rovina il popolo nostro, la Provvidenza che in ogni tempo vegliò e veglia con particolare sollecitudine ed amore alla sua esistenza; sventò i consigli dei suoi nemici, e facendo trionfare la verità e la giustizia lo cangiò in una lieta e festiva commemorazione. Consiste il primo nella ricorrenza della morte di Mosè, avvenuta (secondo quanto ci insegna la tradizione) il sette Adar, il giorno anniversario della sua nascita, quarantanni dopo l'uscita d'Egitto e centoventesimo della sua età.

Dalle sue stesse affermazioni noi siamo informati quanto fosse vivo il suo desiderio di condurre egli stesso il popolo che tanto amava alla conquista della Palestina; e quante preghiere indirizzasse a Dio a tale uopo. Ma pei suoi imperscrutabili decreti Dio rimase inflessibile, e: «Ti basti, gli disse, non mi parlare più intorno a questa cosa; perocchè non passerai questo Giordano». Volendo però soddisfare, in parte, il nobilissimo desiderio del suo servo fedele lo invitò a portarsi alla cima della collina, da dove per una virtù prodigiosa concessa alla sua vista, gli sarebbe stato possibile di vedere «la terra buona che estendevasi al di là del Giordano, il monte bello e il Libano». Quando Mosè si convinse della inutilità delle sue istanze si rassegnò ai divini voleri, impose le sue mani sul capo di Giosuè costituendolo suo successore, salì sulla vetta del Nebo da dove potè effettivamente ammirare la terra in cui sperava il suo popolo lungamente felice, e che non v'ha dubbio lo sarebbe stato, se avesse meglio custodito la sua legge. [pg 210] Finalmente fece radunare tutto il popolo e dopo di averlo consigliato a mantenersi fedele a Dio, e presentato alla sua perpetua meditazione una cantica sublime ( aasínu ) che secondo il suo detto «non avrebbe dovuto venire mai dimenticata dalla bocca della sua posterità», perchè era una «testimonianza» delle promesse fatte e mantenute da Dio di condurlo ad ereditare la terra di Canaan, e del dovere che imprescindibile incombeva su lui di restare fedele al patto conchiuso su tale base tra lui e Dio, benedisse particolarmente ogni tribù; e «senza che il suo occhio si fosse minimamente offuscato, nè diminuiti i suoi umori vitali» rese l'anima a Dio. Gli ebrei fecero un lutto di trenta giorni. L'elogio funebre che per bocca di Dio si scrisse Mosè di suo vivente, secondo il Nacmanide, o che come credono altri aggiunse il suo successore negli ultimi versetti del Pentateuco, è un brevissimo compendio delle sublimi sue gesta. Eccolo nella sua semplicità ammirabile: «E non surse in Israele un profeta come Mosè, col quale il Signore trattava faccia faccia. (Nessuno l'eguagliò), in quanto a tutti i segni e miracoli, che lo mandò Iddio a operare nella terra d'Egitto a Faraone ed a tutti i suoi servi, a tutto il suo paese. E in quanto a tutti gli atti di potente mano ed a tutte le cose grandemente terribili, che Mosè fece alla vista di tutto Israele».

Iddio stesso raccolse quell'anima santa e fece sparire i purissimi resti mortali di quell'uomo maraviglioso102.

Noi crederemmo di fare un grave torto ai nostri giovani lettori, privandoli del racconto leggendario che sulla [pg 211] morte di Mosè trovasi in un antico libro di parafrasi al Pentateuco, chiamato medrass rabà (grande commento), e di un aneddoto «sul sepolcro di Mosè» registrato nel Talmud. Ecco il primo:

Tutto intento a scrivere le ultime parole della sacra legge, Mosè erasi arrestato alla scrittura del nome infallibile di Dio, e in quel punto del tempo era giunto il momento designato alla sua morte.

Il Signore chiama a sè l'angelo Gabriele, e così gli dice: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».

E l'angelo attonito risponde: «Signore! Signore! Come oserò io dare la morte all'uomo di cui tutte le umane generazioni non vantano pari?»

E il Signore chiama a sè l'angelo Michele: «Va e porta in cielo l'anima di Mosè».

E l'angelo atterrito risponde: «Signore! Signore! Io gli fui maestro: ei mi fu discepolo dilettissimo. Non mi basta il cuore di vederne la morte».