Un sacerdote—dall'occhio linceo
Di là passava;—vide l'insolito
Vate nel sacro albergo
E gli si fece a tergo.
Ei non udìllo;—come le statue
Chiuse nel tempio—pareva immobile,
E la fisa pupilla
Non mandava scintilla.
Spesso la destra—la cerea tavola
Avvicinava;—ma sulla tenue
Veste che la copriva
Non un verso scolpiva.
E d'inusato—pallor coprivansi
D'Anacrëonte—le tempia, e l'unghia
Tormentava la lama
Con rabbïosa brama.
Nella clessidra—cadea la polvere,
E intorno, intorno—con suon monotono,
Sotto le arcate fosche,
Ronzavano le mosche.
Alfin lo stile—sovra la tavola
L'acuta punta—venne a configgere,
E con note indefesse
Questo cantico impresse:
"Perchè mi manca nel pensier la vita?
"Perchè come una spugna inaridita
"Mi sta il cervel nel cranio?
"Perchè la luce mi niega i colori?
"Perchè il profumo mi niegano i fiori,
"E la Musa un esametro?
"Non sono io quello che i ridenti canti
"Questa notte vergò?—Perchè gli incanti
"Söavi, perchè l'estasi
"E l'armonia dei non studiati carmi,
"Come donne, veniano a visitarmi,
"Innamorate e ingenue?
"Ed or ch'io chieggo un verso, una melòde;
"Or che una sete mi esagita e rode
"Di profumi e di cantici,
"Non una lieta immagin mi consola,
"E invano alla mia Musa una parola
"Io chieggo in elemosina!
"Forse Minerva, l'äustera diva,
"Si vendica di me;—greggia votiva
"Non reco;—nel suo tempio
"Prima di questo giorno io non entrai;
"Gli amori, il vin, le rose io sempre amai!;
"Minerva ama il trapezio!