Un dì d'autunno, al tramontar del sole,
In un ermo giardino entrò la Morte;
E impallidìr le rose e le vïole
Presàghe di lor sorte.
Le foglie, scosse da leggiero vento
E per sottil pioviggin lagrimanti,
Siccome colte da orribil spavento
Si fecero tremanti.
E dal bigiastro ciel, parlando ai fiori,
Disse una voce: "Così vuole Iddio!
"Voi dovete morire!—Addio colori!
"Olenti effluvii, addio!"
E la Morte passava.—Un'armonia
Di indistinti sospiri e di lamenti
Sorgea dovunque, ovunque la seguia
Nei sentieri silenti.
Eran sospiri timidi, repressi,
Come il fruscìo d'un abito di dama
Che va di notte a colpevoli amplessi;
Era un pianto, una brama
Di restar fiori e foglie un giorno ancora.
Un povero giacinto domandava
Di lasciargli veder la nuova aurora…
Ma la Morte passava.
Il giranio avvizziva; le vïole,
Baciandosi fra lor con aria mesta,
Diceansi addio, e sull'umide ajuole
Chinavano la testa.
Solo una rosa, una fulgida rosa
Dal vivace color, nata il mattino,
Surse a lottar, fidente e coraggiosa,
Coll'avverso destino.
E alla Morte gridò: "Perchè degg'io
"Morire adesso che son nata or ora?
"La mia parte di vita io chieggo a Dio…
"Io vo' vivere ancora!"
"Perchè vivere ancor?"—chiese la Morte.
"Perchè ho terror del nulla…"—"Erri; m'ascolta:
"Morir non è svanîr, ma cambiar sorte,
"Nascere un'altra volta…