O roditori eterni—delle umane famiglie,
Che dei padri cadenti—insultate le figlie,
Perchè portan nel seno—un bambino illegale;
Che vorreste la donna—ad una pietra eguale;
Che eccitandone i sensi—con arti sopraffine
Bramate, come i vecchi,—veder ignuda Frine
Per turpemente chiederle:—"Sei tu ancora innocente?"
O roditori eterni,—che dell'età fiorente
Odiate i baci, e fate—che le madri, non spose,
Cadano nei postriboli,—come foglie di rose
Sui letamai; che, primi,—l'indagine vietando
E incutendo nei cuori—un terrore esecrando,
Obbligate le madri—a uccidere i bambini;
O voi, che non leggete—negli umani destini
Quest'ardente desío—di pace e fratellanza;
Voi, che abbagliando gli uomini—con cinica baldanza,
Togliete ai campi il braccio—dei giovani ventenni
Per armarlo nei giorni,—in cui le idee solenni
Sorgono a dimandare—che giustizia si faccia;
O voi, che li spingete—all'orribile caccia
Delle conquiste; o voi—che beäti ridete
Nelle comode case—e buoni vi credete
Perchè date una veste—allo spazzacamino;
O voi, gretti ambiziosi,—che annebbiate col vino
L'orizzonte ristretto—d'un esile onorario,
E, colla banda in testa,—ed al passo ordinario,
Sfilate per le vie—tronfiamente, perchè
Un circolo operaio—surse vostra mercè,
Ditemi, nei banchetti,—parlando agli operai,
A chi smuove la terra—non ci pensaste mai?…

I poëti d'Arcadia—han pensato a costoro!
Essi cantaron Fille,—Tirsi, Clori e Lindoro;
Coprirono di cipria—le piaghe puzzolenti;
Sulle teste dei villici—versaron l'acque olenti;
Nascosero gli stracci—sotto i nastri ideali;
Posero loro in bocca—idilii e madrigali;
Indi li presentarono—alle dame annoiate!

Oh!… Vigliacchi sarcasmi!—Oh!… Ironie scellerate!…

Questi pastor da scena,—questi villan galanti
Sono un popol di schiavi—dalle miserie affranti!
Queste Filli, che cantano—canzonette sì gaie,
Sono donne che muoiono—nelle immonde risaie!
Questi Tirsi e Lindori,—che sputan madrigali
Son pellagrosi e tisici!—Son carne da ospedali!
Questi eroi dell'idilio,—nell'amore maëstri,
Stancaron fin ad oggi—e giudici e capestri!
E, fra le lunghe prediche—di parroci o curati,
Fra le sevizie orribili—di chi li ha dissanguati
Per sprecar in un'ora—quanto ha negato loro
Pel lavoro d'un anno;—fra la sete dell'oro
E la fame, gli errori—e lo spregio, i meschini.
Gli arcadici pastori,—son ladri ed assassini!

Mentre noi cittadini,—nelle sere d'estate,
Sorbiamo, a suon di musica,—le bevande diacciate,
Essi cadon dal sonno,—veglian pallidi e infermi
Nei campi, nelle vigne,—o attorno ai mille vermi
Che daranno la seta!…
—Mentre noi, nelle sere
Invernali, danziamo,—o cerchiamo al bicchiere,
O al teatro, o al tepore—d'un buon letto, la gioia,
Essi treman dal freddo—su una lurida stuoia
Sdraiati, e addormentandosi—nelle insalubri stalle,
Invidiano lo strame—ai bovi e alle cavalle!

Lamentando una salsa—noi biasciam le vivande;
Essi mangiano un pane—ch'è peggior delle ghiande!
Noi ci lagniam d'un nodo—nei fili d'un lenzuolo;
Essi dormon vestiti—sovra un umido suolo!
Gli operai cittadini—sono ricchi in confronto;
Men terribile è il male—ove il soccorso è pronto!
Noi possiamo, mendichi,—trovar pietose mani;
Essi son soli, poveri,—quasi ignoti… lontani!…

E la Fame li decima!

—Oh! la Fame!… L'arcano
Problema, che scombussola—ogni sistema umano!

Come mai questo squallido—fantasma esiste?
Noi
Siamo pochi; la Terra—è grande; i frutti suoi
Dovrebbero bastare—a color che vi stanno!
Chi ruba?… Chi nasconde?—Ov'è dunque l'inganno?
Perchè dunque chi suda,—e raccoglie, e lavora,
Digiuna presso un uomo—che ozïando divora?
Perchè mai chi le glebe—feconda di sua mano
Ne reca ad altri il frutto—e muor di fame?

È strano!