Io so ben ch'è una fisima—l'eguaglianza sociale,
Poichè, qui in terra, tutto—è bene, e tutto è male;
Poiché ciascuno al mondo—predilige un tesoro;
Il savio i suoi volumi,—l'usuraio il suo oro,
Il poeta i suoi sogni;—poichè è vana speranza
Fra miseria e ricchezza—ottener l'eguaglianza:
Poichè fin che degli uomini—saran diversi i volti
E nasceranno belli—e brutti, furbi e stolti,
Deboli e forti, arditi—e timidi, i mortali
Si rassomiglicranno,—ma non saranno eguali;
So, che se tutti gli uomini—avesser oggi un pane
Chiederebbero unanimi—il lusso alla dimane;
So che è propria natura—d'ogni nostro bisogno
Di svanir, soddisfatto,—crëando un altro sogno;
Ma so ancor che un diritto—inconcusso è la vita;
Che sovra cose ed uomini—una legge è scolpita,
Una legge che domina—eventi, gaudi e lutti;
Che la Terra ci grida:—"Figli, vivete tutti!"
Oh!… Tremiamo!… Nel sacro—nome di questa legge,
Che prodiga i suoi doni—e che tutti protegge,
Forse, un giorno, può insorgere—questo popol di schiavi!
L'ire represse in Furie—posson mutar gli ignavi!
I fucili cadranno—dinanzi alle bidenti!
Come i patrizii antichi,—i borghesi piangenti
Bacieranno i figliuoli—per morir di mannaia!
Le canzoni, che ai padri—narrarono dell'aia
E dei campi le cure,—tuoneran tra i macelli…
E saran la funebre—ironia dei ribelli!
Quelle mani incallite—saccheggieran le alcove
Dove i ricchi dormirono—i lunghi sonni, e dove
Procrëavan tiranni—alla timida plebe!
I badili e le vanghe,—use a romper le glebe,
Sfracelleran le teste—dei bimbi e dei vegliardi!…
Oh!… Facciamo giustìzia—prima che sia già tardi!
Prima che sorga l'alba—di quel giorno tremendo!
Facciam che i nostri figli—non bestemmin piangendo
L'avidità degli avi—che, coi pingui retaggi,
Avran lasciato ad essi—il livor dei servaggi!…
Ed or, rispetti umani;—inutili timori;
Fanciulleschi desiri—di fanciulleschi onori;
Genuflessioni timide—ad idoli tarlati,
Arido galateo—coi nemici garbati;
Martirii del cervello,—che proromper non osa
Per mercar da un giornale—una linea graziosa;
Amarezze inghiottite;—malintese prudenze,
Che contro il rancidume—delle viete sentenze,
Domate i sillogismi—del bollente pensiero;
Oltraggi silenziosi—allo splendido Vero;
Tacite abiurazioni—per la lode d'un giorno;
Debolezze dell'uomo,—venitemi d'attorno!…
Io vi lascio sul limite,—che non varcai finora,
Perchè siete il tramonto—ed io voglio l'aurora;
Perchè se noi, quì in terra,—viviamo una giornata,
Io d'ineffabil luce—la mia vo' illuminata;
Perchè, sazio degli uomini,—io voglio amar l'Idea;
Perchè gli oscuri baci—di questa sacra Dea
Valgono i mille affetti—della gente piccina;
Perchè val più il delirio—d'un sogno che affascina.
Dell'entusiasmo d'obbligo—d'un ballo mascherato;
Perchè ai dolor dei molti—io mi sono temprato,
Perchè i ghigni di scherno,—la fame e la Censura,
(Dalla fronte brevissima)—non mi fan più paura;
Perchè la solitudine—amo più della folla;
Perchè abborro i mïasmi—d'una carne già frolla;
Perch'io cerco per scrivere—una pagina bianca
E sui vecchi caratteri—il mio sguardo si stanca!…
Enrico, il cor mi batte—di generoso orgoglio!
Sì, nella santa pugna—esserti al fianco io voglio!
Noi propugniamo i dritti—della famiglia vera,
Dei morenti di fame!
—Sulla nostra bandiera
Noi non scriviam: Rivolta!—Scriviam: Giustizia!
Molti,
Che mi furon diletti,—lo so, torcendo i volti,
M'avran da questo giorno—in abbominio!
I grulli
Negli amori e negli odii—sono sempre fanciulli!
Odian senza discutere;—aman senza pensare!
Tal sia di loro!…
Avanti!…—Avanti!… Al mare!… Al mare!
Alla foce!… Alla foce!…—Degli errori all'oblio!…
Dammi la mano, Enrico,—son socialista anch'io!