* * * * *

—Il vegliardo dicea
A fior di labbra:
"Rita!…—Vent'anni son trascorsi!
"Da allora n'ho provati—di angosce e di rimorsi!
"Sono stato un vigliacco!—Quando il Duca d'Urbino,
"Dopo l'jus primae noctis,—sorridendo, il mattino
"A me t'ha rimandata,—io dovevo tacere,
"O ucciderlo… od uccidermi!—Quando il tristo messere
"Io di spacciar tentai—per vendicarmi, invano
"Io raccolsi il coraggio—in codesta mia mano!
"Questi privilegiati—che portano un gran nome
"Hanno un certo prestigio—che fa rizzar le chiome
"Ai più arditi; hanno un fascino—che noi, povera gente,
"Siam dannati a subire;—hanno un piglio insolente
"Che agghiaccia!… Superiori—a noi li fece Iddio!
"Sospeso sul suo petto—rimase il braccio mio,
"E la mano ribelle—non mi volle ubbidire!"

* * * * *

Una nottola venne—nella stanza a squittire
Attirata dal lume;—fece due giri in tondo
Nelle pareti urtando;—poi nel buio profondo,
Fuori della finestra,—tornò, battendo l'ali,
Spaventata d'avere—osato tanto.

VIII

Eguali
Alle gocce che il tufo—nell'umide caverne,
Lagrime solitarie,—lentamente secerne,
Poche gocciole fredde—imperlavan la testa
Del boia.

* * * * *

Egli diceva:
"—Fu una notte funesta!
"So che mi son svegliato—con pesanti catene
"Ai polsi e alle caviglie.—Me ne ricordo bene!

"Non un raggio di luce!—Un fetore di morte
"Mi saliva alle nari.—Le catene eran corte.
"Mi addormentai di nuovo.—E d'essere un mastino
"Sognai.—
Fui risvegliato—sul fare del mattino
"Da un uomo lungo e pallido.—
Io gli chiesi chi fosse.
"Ei non rispose, côlto—da un accesso di tosse;
"Il fetor della carcere—gli grattava la gola.

"Fui condotto all'aperto.—
Un frate colla stola
"Negra mi passò accanto.
Lo seguivan dei ceffi
"Da ribaldi, che feano—orribili sberleffi
"A un meschin che legato—ne veniva con loro.