È una fanciulla pallida—e bella. Ella s'avanza,
Tenendo sulle labbra—l'indice, a passi lievi.
Le sue pupille intorno—schizzano lampi brevi
E inquïeti, e, scorgendo—colà soltanto il boia,
Si volgono all'usciuolo—scintillanti di gioia.

Ella s'appressa al tavolo—e, tremando, vi getta
Una manata d'oro.
—Poi si ferma ed aspetta.

* * * * *

"Chi sei?" chiede il carnefice,
—Ella cade ai ginocchi
Di mastro Spaghi e dice—piangendo e alzando gli occhi:
—"Tutto quest'oro è tuo;—questo è quanto possiedo…
Guarda!"
L'altro rispose—balbettando: "Lo vedo!"

Ma sulla giovinetta—il suo sguardo cadea,
E la sua mano secca—a un altr'oro correa!
All'oro dei capelli,—che le scendean qual velo
Sulla fronte; e che gli occhi,—d'un azzurro di cielo,
Coprivan quasi.
"Dimmi,—dimmi dunque il tuo nome?"
Soggiunse mastro Spaghi,—ravviando le chiome
Alla bella fanciulla.—"Dimmi dunque, chi sei?"

* * * * *

—"Son orfana. Bambina—padre e madre perdei.
"Eppure per molt'anni—sono stata felice!
"Son bella; ho il sangue ardente;—faccio la meretrice.
"Gli uomini li sopporto—se son vecchi o cattivi;
"Cerco i baci di quelli—che son belli e giulivi.
"Non ho fatto mai male—a nessuno! Giammai
"(Pria per nulla, per poco—poscia) il piacer negai.
"Eppur tutti, cercando—i miei vezzi procaci,
"M'insultano! Gli insulti—scordo coi nuovi baci!
"Amo le feste, i campi,—l'aria aperta ed i fiori,
"E il vin che rende immemori—e che infonde gli ardori!
"Le donne m'abborriscono!—Io rubo lor gli amanti!…
"E dovunque si balli,—e dovunque si canti,
"Il mio piede non manca,—non manca la mia gola!"

* * * * *

Mastro Spaghi esclamò:—"Povera figliuola!

* * * * *